Alla Casa Bianca è guerra tra i consiglieri, mentre Trump è impegnato solo a scrivere Tweet

Guerra aperta tra i consiglieri, in una lotta di potere che sta facendo sempre più vittime. Mentre continuano le defezioni, Washington si chiede di chi sarà la prossima testa a saltare

Trump

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Diego Minuti 3 marzo 2018

La decisione di Donald Trump di imporre pesanti dazi alle importazioni di alluminio (+10 per cento) ed acciaio (+25 per cento) ha sorpreso un po' tutti. E in quel ''tutti'' ci sono non solo i governi stranieri (Ue compresa), ma anche la cerchia dei più stretti collaboratori di Trump, così come dentro il Congresso e lo stesso Partito repubblicano, all'interno del quale qualcuno (anzi più d'uno) hanno espresso perplessità per l'avvio di una guerra commerciale su base planetaria di cui è difficile prevedere l'evoluzione, tenuto contro che, da qualche parte, scatterà immancabile la reazione.

Quel che appare ormai in tutta la sua evidenza è che all'interno della Casa Bianca si è scatenata una guerra intestina, quasi tra bande, che vede contrapposte le varie anime che si agitano accanto ad un Trump le cui iniziative cominciano ad essere poco metabolizzate nonostante amicizie, vincoli di partito, comuni interessi.
Molti i protagnisti di questi contrasti, la cui eco non più silenziata giuge ormai con imbarazzante frequenza al di fuori del bianco perimetro su Pennsylvania avenue: il direttore del Consiglio Economico Nazionale, Gary Cohn, ex Goldman Sachs; Jared Kushner, imbufalito per il downgrade delle sue credenziali per accedere ai documenti top secret; Peter Navarro, assistente del segretario al commercio, Wilbur Ross; il segretario alla Difesam Jim Mattis, e il segretario di Stato, Rex Tillerson. Tacendo di John Kelly, capo di gabinetto della Casa Bianca.
Schermaglie, più o meno manifeste, che hanno creato un clima pesantissimo, che è apparso evidente anche a Trump che ha ceduto ai suoi mai repressi istinti protezionistici decidendo di testa sua. E poco gli è importato che qualcuno gli ha fatto notare che l'imposizione dei dazi, ad eccezione dei 140 mila lavoratori del settore, finirà per avere pesanti conseguenze per l'economia americana.  


A mandare in bestia un po' tutti sono state le modalità scelte da Trump per comunicare la sua decisione, ufficializzata nel corso di una riunione di routine. Un annuncio che ha sorpreso e spiazzato tutti, soprattutto i repubblicani che, per l'ennesima volta, si sono sentiti esclusi dalle politiche della Presidenza. Di questo sconcerto s'è fatto portavoce il leader repubblicano alla Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan, pur nella consapevolezza che ben difficilmente Trump cambierà il suo modo di governare.
Ma a tenere banco, alla Casa Bianca, è soprattutto il tema delle dimissioni (o defezioni che siano) in seno ai collaboratori che Trump si è scelto.


Quelle di Hope Hiks, direttore della comunicazione della Casa Bianca, sono le ultime di una serie che comincia ad essere lunga, oltre che occasione di analisi sul clima in seno allo staff presidenziale.  Con intrecci che di politico hanno ben poco, come quanto sta emergendo su Hope Hiks. Come la relazione con l'ex capo dello staff, Rob Porter, dimessosi quando due donne (l'ex moglie e l'ex compagna) lo hanno accusato di violenza domestica. E il circolo dei pettegolezzi di Washington parla anche, per Hope Hicks, di un'altra relazione, con Corey Lewandoski, ex direttore della campagna di Trump, defilatosi dopo che una sostenitrice del presidente lo ha accusato di averle palpato energicamente i glutei. Fatti e fattacci che si stano ripetendo con ormai troppa frequenza in una Casa Bianca che attraversa un periodo delicatissimo, come insegna il Russiagate.
In un momento come questo gli Stati Uniti avrebbero bisogno di un presidente votato al bene del Paese e non solo al futuro di figli e generi. Un'altra botta seria peraltro gli è arrrivata quando ha perso Keith Schiller, molto più che una semplice guardia del corpo, un angelo custode, nel senso che era messo a parte di tutto - ma proprio tutto - ciò che Trump faceva, una spalla per oltre vent'anni.
Ma lui ha altro per la testa, preso com'è a bombardare il mondo con i suoi tweet, la cui frequenza rasenta la molestia ed il cui contenuto e spesso ben più che offensivo.
Il procuratore generale Jeff Sessions, che ha sopportato storicamente, ora è esploso dicendo che continuerà ad onorare il suo incarico "con integrità e onore". Insomma, ha fatto capire, io resto, se non mi vuoi devi essere tu a cacciarmi. La medesima condizione in cui si trova anche il generale H.R.McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale, inviso a Trump per come ha gestito il Russiagate. A Washington si dice che Trump lo liquiderà non appena si libererà nelle Forze armae una casella confacente al suo grado. Ed intanto ''Javanka'', come vengono chiamati Jared Kushner e Ivanka Trump, starebbe affilando le armi per l'attacco decisivo a Kelly, di cui avrebbero chiesto a ''Papi'' la testa.