Come un nodo scorsoio, l'inchiesta di Mueller si stringe intorno alla Casa Bianca

Ma Trump resta arroccato sulla sua linea di difesa, che è quella di insultare tutti. Una strategia che gli si sta rivoltando contro, come dimostra la collaborazione di Gates con gli inquirenti

Robert Mueller

Robert Mueller

Diego Minuti 24 febbraio 2018

La rapida quanto non completamente inattesa piega che sta prendendo l'indagine condotta da Robert Mueller, sulle ingerenze russe nella campagna elettorale del 2016, con l'apertura alla collaborazione fatta da Rick Gates, è una nuova tessera del complesso mosaico dell'istruttoria che guarda sempre più da vicino alla Casa Bianca.
Donald Trump, come fa ormai da mesi, sta reagendo come uomo, e non come presidente degli Stati Uniti, gridando al complotto ed attaccando a testa bassa tutti coloro che ritiene all'origine dei suoi problemi: i democratici, il procuratore Mueller, l'Fbi, gli ex amici, la stampa avversa e molti altri ancora.
Un atteggiamento da uomo ferito, che si sta incaponendo a porre se stesso al di sopra di ogni sospetto e, quindi, sentendosi autorizzato ad insultare chi non rispetta la sua asserita purezza, la sua totale correttezza. Ma, anche chi, inizialmente, aveva guardato con una certa diffidenza all'inchiesta, ora comincia a credere che è oggettivamente difficile riportare tutto ad un tentativo di mettere Trump sul banco degli imputati, primo passo verso l'impeachement.
La domanda che si pongono ora, anche repubblicani, è una e una soltanto: è possibile che Trump - ed il caravanserraglio che lo circonda - non fosse a conoscenza o on avesse capito che accanto a lui, c'era chi cercava di farlo vincere barando?
Possibile, se si pensa a come Trump trascorre le sue giornate ('Fire and fury' docet) , ma può un presidente degli Stati Uniti dare carta bianca ai suoi collaboratori anche di stracciare le pur minime norme di corretta politica, entrando in una sorta di intelligenza col nemico?
Trump ormai vive con la sindrome dell'assedio, vedendo nemici ovunque, quasi un personaggio shakespiriano, che si muove per le stanze della Casa Bianca guardandosi le spalle per capire chi gli porterà il prossimo attacco.
Robert Mueller, il procuratore che non sorride mai, un Clint Eastwood con una sola espressione, uno che appare puro come l'angelo vendicatore? Paul Manafort, il suo ex stratega, che potrebbe cominciare a parlare, davanti alla prospettiva di passare molti dei giorni a venire in un carcere federale, non certo uno dei resort che ama frequentare? I democratici, che potrebbero mettere da parte il senso dello Stato per chiedergli conti di quello che sta facendo?
L'elenco reale potrebbe essere lungo, ma sicuramente molto più ristretto di quello che ha in testa il presidente, che sembra avere ridotto il novero dei fedelissimi, tra i quali figli e genero, che stanno assumendo sempre di più l'aspetto di figure mitologiche, metà parenti e metà affaristi.
Il passo compiuto da Nick Gates verso Mueller potrebbe scuotere dalle fondamenta il castello che Trump si è costruito intorno, perché l'ex braccio destro di Manafort è il primo, della composita compagnia dei sostentori di Trump, che sa delle cose e potrebbe dirle davati allo spettro della galera. E per ''cose'' intendiamo incontri, contatti, relazioni, operazioni finanziarie.
Ma lui, The Donald, dice di essere tranquillo e cannoneggia, appena ha quindici secondi liberi, usandro lo smartphone come il collimatore di una micidiale arma con cui inonda il mondo intero del suo pensiero. Lui è convinto di essere su una corazzata, intangibile ed inaaffondabile. Ma, mano a mano che si muove nelle acque agitate del Russiagate, la corazzata sembra sempre di più una fragile barchetta.