Per difendersi e attaccare l'Fbi, Trump strumentalizza anche le stragi nelle scuole

Il presidente, con tattica spregiudicata, demonizza la polizia federale e cerca di demolire l'attività del Bureau che, a suo avviso, si occupa solo del Russiagate.

Donald Trump

Donald Trump

Diego Minuti 18 febbraio 2018

E poi non meravigliamoci della spregiudicatezza dei politici di casa nostra, viste le notizie che arrivano dall'altro lato dell'Atlantico dove non il presidente di un circolo ricreativo o dell'assembela di condomino, ma degli Stati Uniti, utilizza, con cinismo irraggiugibile, l'ennesima tragedia americana per attaccare chi, a suo avviso, lo sta accusando ingiustamente.
Quando in Italia era notte, Trump ha ''sparato'' (forse mai verbo fu più esatto, considerando la difesa acritica che il presidente fa dell'uso delle armi da fuoco e della potente lobby che lo sostiene) un Tweet contro l'Fbi, che, ha scritto, "sta trascorrendo troppo tempo nel tentativo di dimostrare la collusione russa con la campagna di Trump. Non c'è nessuna collusione. Ricominci daccapo e ci renda tutti orgogliosi". Un messaggio che ha colto a volo l'ammissione di responsabilità da parte della polzia federale per non avere compreso appieno e con tempestività la pericolosità di Nikolas Cruz, lo stragista della scuola superiore di Parkland.
Insomma, dice Trump, piuttosto che perdersi in una caccia alle streghe cercando responsabiltà dell'Amministrazione e di uomini ad essa vicini nel Russiagate, l'Fbi doveva occuparsi degli allarmi che arrivavano dalla Florida.
Potrebbe anche essere un discorso accettabile, se non ne fosse evidente la strumentalità, se non fosse chiaro che per Trump attaccare l'Fbi e l'attendibilità delle sue indagini (sul Russiagate come sui progetti di Nikolas Cruz) sia diventata la battaglia per la sua sopravvivenza politica.
E tutto appare come funzionale al suo disegno di disinnescare la potenziale pericolosità per lui del procedere delle indagini dell'Fbi e del procuratore Mueller. Una manovra he appare ancora di più censurabile perché, per aiutarlo nella sua offensiva contro l'Fbi, il presidente non ha avuto pudore alcuno nell'utilizzare una tragedia nazionale (come lo sono sempre, quando la follia - ma anche su questa definizione ci sarebbe da discutere - di un singolo porta dolore alla comunità) per evidenti interessi personali. In Donald Trump, nei suoi comportamenti non sembra emergere quel senso dello Stato che dovrebbe sovrintendere ogni suo atto o decisione. Senso dello Stato che impone, a chi ad esso si sente vincolato, di non nascondere eventuali colpe delle istituzioni, ma nel contempo di non aggredirle strumentalmente, perché il venire meno della fiducia di un popolo verso coloro che lo rappresentano è l'anticamera della ribellione non necessariamente politica. Dire che l'Fbi lavora solo ed esclusivamente per danneggiarlo e, quindi, che non s'interessa d'altro, mette all'indice migliaia di uomini e donne che sono impegnati, quotidianamente, e faccio solo pochi esempi, nella lottta al terrorismo, esterno ed interno, come al narcotraffico come ai crimini finanziari. Ma questo al presidente Trump interessa poco. Per lui è importante depotenziare l'inchiesta sulel presunte ingerenze e collusioni che potrebbero essere alla base della sua elezione. Il resto, come mandare al macero una struttura che ha difeso e difende gli Stati Uniti, a lui non interessa. L'importante è che lui, con la sua ingombrante compagnia di giro fatta da figli e generi, da amiche della moglie, possa continuare a gestire la Casa Bianca come se fosse una impresa di famiglia e che nessuno gli rompa le scatole quando ogni maledetto fine settimana, stremato dallo scrivere centinaia di Tweet conditi da insulti e contumelie, vola in Florida a giocare a golf ed a riposarsi.
Auguri, America.