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Protesta a Parigi: migliori condizioni per gli indipendentisti baschi reclusi

In migliaia attesi per sollecitare l'attenuazione del carcere duro per i 62 etarras che scontano pesanti condanne inflitte dai tribunali di Francia

Manifestazione di baschi. il 7 dicembre, davanti al carcere di Reau
Manifestazione di baschi. il 7 dicembre, davanti al carcere di Reau

globalist

9 Dicembre 2017 - 09.43


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Una dimostrazione di forza e unità: è quello che vogliono fare oggi i baschi che, a Parigi, manifestano per chiedere “la fine del regime di emergenza per i prigionieri” detenuti nelle carceri francesi per reati riconducibili alla lotta indipendentista. Sulla questione dei reclusi la società basca di Francia sembra essere compatta, al di là della diversità delle sue componenti politiche.
La richiesta principale è quella di riunire i 62 detenuti, incluse tredici donne, che oggi si trovano in una ventina di carceri francesi, condannati per reati o crimini legati al terrorismo basco. “La loro distanza media dai Paesi Baschi (delle carceri dove si trovano reclusi i prigionieri, ndr) è di 645 km”, afferma Anaiz Funosas, co-presidente di Bake Bidea (“La via della pace”), uno dei movimenti dietro l’evento.
La comunità basca, che raggruppa le 158 entità sul territorio francese, il 23 settembre ha adottato una risoluzione chiedendo “al governo di avvicinare i prigionieri, di liberare i malati o (coloro che sono, ndr) alla fine della loro pena. Chiediamo, né più né meno, l’applicazione della common law”. Adottata all’unanimità nel corso di una riunione, presieduta da Jean-René Etchegaray, sindaco di Bayonne, la risoluzione ha avuto come causa scatenante la consegna, l’8 aprile, alle autorità francesi degli arsenali di armi, munizioni ed esplosivi dell’organizzazione separatista Eta, una spettacolare operazione che si è svolta quasi sei anni dopo la rinuncia ufficiale al movimento per la lotta armata, decisa il 20 ottobre 2011.
Mentre Madrid e Parigi erano riluttanti a implementare un processo politico del disarmo raccomandato dalla tabella di marcia adottata nel 2011 sotto gli auspici di figure internazionali (tra cui l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan), c’è stata un’iniziativa della società civile che ha permesso di stabilire, alla fine del 2016, un nuovo percorso. Quindi il destino dei prigionieri dovrebbe essere il prossimo passo nel “processo di pace”, come lo chiamano i leader baschi.
Al ministero della Giustizia francese si sostiene che “non vi è alcuna opposizione di principio alle richieste di riconciliazione dei detenuti baschi dal momento in cui vengono fatte non in modo collettivo, ma individuale”. Ma ci si affretta a chiarire, non esiste “nessun diritto acquisito”.
E’ alla luce di queste considerazioni che devono essere viste con interesse recenti mosse delle autorità francesi, con un ammorbidimento delle misure nei confronti di alcuni detenuti e l’adozione di iniziative per reclusi in particolari condizioni (come uno che, malato di cancro, è stato trasferito dalla prigione di Fleury-Merogis a quella di Mont de Marsan. Comunque 29 etarras (i combattenti b aschi) sono ancora sottoposti ad un

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