L’intellettuale palestinese: Gerusalemme capitale perché gli Usa hanno perso in Siria

Wasim Dahmash, saggista, traduttore e docente in Italia: «Trump viola il diritto internazionale spinto da Israele. Dopo Siria e Iraq gli Usa devono recuperare potere in Medio Oriente»

Proteste contro Trump a Gerusalemme
Proteste contro Trump a Gerusalemme
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7 Dicembre 2017 - 16.17


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Stefano Miliani

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«La dichiarazione del presidente Trump su Gerusalemme capitale di Israele è di una gravità enorme perché viola il diritto internazionale. Però questo è solo il primo aspetto». Wasim Dahmash è un docente, saggista e traduttore palestinese che insegna lingua e letteratura araba all’università di Cagliari avendo peraltro insegnato dialettologia araba all’università La Sapienza di Roma dal 1985 al 2006. È nato in Siria, ha pubblicato di recente insieme ad Alessandra Mecozzi “Il lungo cammino della Palestina” (Edizioni Q, 2017, pp. 206, 10 euro) ha curato e tradotto volumi come la raccolta di poesie “Stato d’assedio” di un poeta palestinese profondo e illuminante vissuto dal 1941 al 2008, Mahmud Darwish (Edizioni Q, 2014, pp. 103, 12 euro).
Professore, come valuta la dichiarazione di Trump?

Tanto per cominciare viola il diritto internazionale. Secondo i piani di spartizione dell’Onu del 1947 Gerusalemme doveva essere zona internazionale. Poi con accordi successivi si è optato per una divisione della città: la parte ovest a Israele, la est doveva tornare ai palestinesi e occupata da israeliani nel ’67. La super potenza americana impone una volontà autonoma rispetto alla comunità internazionale che nei fatti non esiste ma formalmente sì: è la volontà degli Usa e soprattutto di Israele e questo fatto dà l’idea di quanto il potere israeliano influenzi gli Usa in Medio Oriente.

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Finora i presidenti usa hanno sempre rimandato questa decisione.

Ora gli israeliani hanno giudicato il momento opportuno. Il primo fattore è che c’è un accordo tra Israele e Arabia Saudita per combattere insieme l’Iran, Israele non ha più freni e il mondo arabo non conta niente.

Non conta anche perché diviso?

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Non significa niente dire che è diviso. È un insieme di Stati e governi succubi della volontà americana. C’è una bella differenza tra essere un paese alleato, anche piccolo, di una grande potenza e essere un paese satellite: queste sono solo colonie degli Usa.

Il secondo aspetto per cui ritiene gravissima la decisione di Trump?

Il mondo arabo appunto è ancora più debole e frustrato. Non solo quello arabo, lo sono anche i paesi islamici e il cristianesimo orientale per il quale Gerusalemme è un punto fermo. Al cristianesimo occidentale invece non gliene frega niente, ha un’altra visione del mondo che c’entra poco con il cristianesimo originario.

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E cosa produrrà questa decisione?

Un po’ di urla dei regimi arabi, di qualche autorità palestinese, qualche manifestazione nei territori occupati, in Palestina, forse da qualche altra parte. Gli israeliani uccideranno un po’ di ragazzi, il mondo se ne frega.

Come prevede sarà la risposta internazionale nel tempo?

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Molti altri paesi e governi di destra e sionisti o filo sionisti sosterranno la decisione americana quindi anche loro sposteranno le loro ambasciate a Gerusalemme. E questo darà mano libera a Israele per finire l’ebraicizzazione di Gerusalemme. È un processo che va avanti da 50 anni: allora quando occupò la città aveva 300mila abitanti palestinesi e oggi sono lo stesso numero. Non c’è stata crescita naturale in una popolazione con i tassi di crescita tra i più alti al mondo? No, hanno continuato a espellere, con il muro hanno separato circa 200mila persone e stanno cercando di eliminare la presenza di indigeni.

Scusi, ma torniamo all’attuale presidente statunitense. Finora i predecessori hanno rinviato, lui no: Trump non è un problema?

Qualsiasi presidente al posto suo forse in questo momento avrebbe fatto lo stesso, è un programma che va al di là di chi è a capo della Casa Bianca. È fondamentale considerare che gli Usa hanno perso la guerra in Siria o stanno per perderla: per riaffermare la loro presenza devono recuperare, provocare altre tensioni in Medio oriente. In parte hanno perso in Iraq dove però continuano a mantenere basi, ma il bilancio per gli Usa è negativo e quindi lo anche per Israele. Anche se Siria e Iraq sono rasi a terra Washington e Tel Aviv ma non sono riusciti se non in parte a creare cantoni confessionali in guerra permanente tra loro. Non avranno perso la guerra in Siria ma nemmeno l’hanno vinta.

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E qual è secondo lei lo scenario attuale?

Nei paesi Nato prevale la versione che Daesh, o Isis, sia un fungo nato così perché l’Islam è cattivo senza spiegare che dietro il fenomeno ci sono gli Usa, Israele, la Turchia con l’aiuto dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi, del Qatar. Gli Usa hanno fornito l’addestramento, la Turchia l’appoggio logistico per l’addestramento. È straordinario però che sia stata la volontà popolare a sconfiggere il terrorismo e, per loro, quindi è un motivo in più di sconfitta.

 

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