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Paradosso in Quebec, decine di aziende rischiano di chiudere perché non trovano operai

Per non chiudere,una impresa ha dovuto ingaggiare camionisti in Europa, Africa e Caraibi. Posti di lavoro offerti ai neoimmigrati siriani, con costi elevati per la loro formazione

Cartelloni per cercare nuovi impiegati
Cartelloni per cercare nuovi impiegati

Diego Minuti

4 Dicembre 2017 - 09.02


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La crisi economica ha colpito ovunque. Anche a Drummondville, un agglomerato industriale nel Quebec, nord est di Montreal. Una crisi che sta mettendo in ginoccho molte decine di aziende manufatturiere. Ma non è una crisi come tutte le altre, perché molte aziende sono costrette a rifiutare gli ordini per mancanza di manodopera, in gran parte non specializzata. E non è una ”crisetta” perché le aziende rischiano la chiusura, dal momento che un committente che, pagando sull’unghia, non ottiene la merce, si rivolge ad altri fornitori. 
Nathalie Joyal, responsabile vendite di Sixpro, una azienda specializzata in pannelli metallici verniciati, lancia un vero e proprio grido di dolore per il disagio di molte aziende manifatturiere che stanno lottando per trovare i dipendenti necessari per la crescita: ”Nella regione di Drummondville, che conta circa 650 aziende manifatturiere, sono disponibili 2.000 posti di lavoro. Come altre aziende, la difficoltà di reclutare personale spinge Sixpro a rifiutare importanti contratti”. Cosa che crea problemi con i clienti e che, per un’azienda competitiva a livello internazionale, è una condizione innaturale. ”Non siamo abituati a dire al reparto vendite di rallentare. Questo non è un normale orientamento aziendale (…). Non ha senso, ma è una realtà”, spiega Frédéric Albert, presidente ed amministratore delegato di Fibrobec
Per soddisfare le loro esigenze di personale (oltre a campagne pubblicitarie,anche con grandi cartelloni lungo le strade principali della regione), sempre più aziende non hanno altra scelta che affidarsi alla forza lavoro dell’immigrazione. Alcuni di loro partecipano a fiere del lavoro nella zona di Montreal dove si trova il più ampio bacino di immigrati.
Ma i loro sforzi (accompagnati da offerte economiche molto interessanti) per cercare di convincere i nuovi arrivati ​​a trasferirsi nelle regioni non sempre hanno successo.
L’alternativa è assumere lavoratori temporanei all’estero. Sixpro, che ha 225 dipendenti, ha utilizzato per un anno alcuni lavoratori, reclutati nelle Filippine, per compiti di fabbrica non specializzati.
Ma questo comporta un processo burocratico lungo e complicato, dovendosi muovere tra normative federali e provinciali. Per ogni dipendente, le aziende devono investire diverse migliaia di dollari per farlo arrivare, ospitarlo, formarlo e garantire l’apprendimento dei rudimenti del francese, lingua ufficiale del Quebec.
Si arriva anche a casi estremi, come la SGT Transport, di Saint-Germain-de-Grantham, vicino a Drummondville, che ha avuto una grave penuria di camionisti che ha dovuto reclutarne, a dozzine, in Europa, Africa e Caraibi. Nonostante questo, cinquanta camion rimangono immobilizzati nel suo parcheggio per mancanza di autisti.
”Reclutare un lavoratore straniero è l’ultima risorsa per noi. Invece di alleggerire il processo, i governi stanno aggiungendo altri paletti. È logico?” si interroga Jean-Pierre Rabbath, responsabile del reclutamento internazionale per la SGT Transport. E poi ci sono aziende come Groupe Soucy, che lavora nella trasformazione del caucciù, hanno invitato anche i rifugiati siriani, che non desiderano altro che lavorare per integrarsi nella società che ha aperto loro le porte.
Quanto sta accadendo in Quebec conferma la condizione di una Provincia che regola le sue politiche in materia di immigrazione chiedendo, a chi vuole arrivare per lavorare, un livello di qualificazione troppo alto che, come sottolinea la vicepresidente della Federazione canadese del commercio indipendente, (CFIB) Martine Hébert, ”non corrisponde necessariamente alle esigenze dell’economia. In Quebec, siamo lasciati con un paradosso migratorio che rende la clientela immigrata troppo qualificata in termini di fabbisogno di manodopera”. Ovvero, si fa arrivare chi, per l’alto ivello di qualificazione, non può lavorare in una fascia funzionale più bassa perché così non avrebbe più i requisiti richiesti per dare luce verde alla sua richiesta.

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