Al Cairo Olp ed Hamas cercano una difficile intesa politica

Le due delegazioni affrontano i delicati temi della transizione, tra cui il destino dei dipendenti di Hamas, anche quelli delle forze di sicurezza e del braccio militare dell'organizzazione

Abu Mazen

Abu Mazen

globalist 21 novembre 2017

Il Cairo diventa oggi il cuore della questione palestinese. E' fissato infatti per oggi e domani l'incontro in cui dovrebbero essere gettate le fondamenta del progetto di riavvicinamento tra Fatah ed Hamas, in un processo di riconciliazione fortemente voluto dall'Egitto, che se ne sta facendo promotore ed in un certo senso garante, dopo l'accordo del 12 ottobre scorso che ha sancito, formalmente, la fine della conflittualità tra le due più importanti organizzazioni politiche palestinesi.
Ma l'incertezza regna sulle trattative, anche per la forte iniziativa diplomatica degli Stati Uniti, che stanno cercando di imprimere una accelerazione al processo di pace tra palestinesi e Israele.
Entro il primo dicembre, l'Autorità palestinese dovrebbe occuparsi pienamente del governo di Gaza, inclusi ministeri, amministrazioni, polizia, valichi verso l'Egitto e Israele (passati, questi ultimi, da Hamas a Fatah).
Ma da allora, la riconciliazione non si è manifestata con alcun segno tangibile. I pagamenti completi di elettricità verso Israele non sono stati ripristinati dall'Autorità palestinese, quindi l'erogazione è limitata ad una manciata di ore al giorno. Allo stesso modo, fino a quando - entro febbraio - la portata e la composizione delle amministrazioni non saranno riviste da un comitato tecnico, gli stipendi dei dipendenti di Hamas saranno ridotti del 30% da Ramallah.
Inoltre, nessuno sa cosa succederà dopo il primo dicembre. In particolare non si sa quale possa essere il futuro dei dipendenti di Hamas che sono stati invitati a rimanere a casa, così come quelli che erano impiegati nei punti di passaggio dalla Striscia verso Israele ed Egitto.
Infine, contrariamente alle speranze della popolazione, il valico di Rafah in Egitto non è stato riaperto in modo permanente. Solo tre giorni, a partire dal 18 novembre, per consentire alle delegazioni di recarsi al Cairo.
"Non c'è disciplina, organizzazione, un accordo chiaro sulla transizione - dice Daoud Shehab, portavoce della Jihad islamica, la più grande fazione a Gaza dopo Hamas -. Ma questi errori non metteranno a rischio la riconciliazione, anche se aumentano la frustrazione della gente''.
L'incontro di oggi e domani al Cairo dovrebbe in particolare consentire di evocare la costituzione di un governo di unione nazionale. Si dovrà anche discutere la tenuta di elezioni generali, nonché l'integrazione di Hamas nell'Organizzazione per la liberazione della Palestina.
Ma il primo grosso ostacolo è la questione delle forze di sicurezza di Hamas. Composte da cinque corpi, che raccolgono circa 19.000 persone, rappresentano una questione di sovranità e finanze.
Per quanto riguarda la questione dei rami militari della Jihad islamica e di Hamas, queste fazioni credono che l'argomento non sia nell'agenda dell'incontro. Secondo loro, il prerequisito deve essere la definizione di una strategia nazionale unitaria contro Israele.