A due anni dal Bataclan per i sopravvissuti è impossibile dimenticare l'orrore

Il peso del ricordo per molti è insopportabile ed hanno deciso di cancellare la loro precedente vita, cambiando tutto a partire dal lavoro

Laura Leveque, 32 anni

Laura Leveque, 32 anni

Diego Minuti 13 novembre 2017

Due anni fa il mondo, che certo non aveva bisogno d'essere messo alla prova, ripiombò nell'orrore, quando un manipolo di pazzi sanguinari, animati da una interpretazione distorta dell'islam, volle colpire al cuore Parigi, ma soprattutto i suoi giovani, uguali a quelli che incontri per strada, che passeggiano, che si bacinao, ridono, studiano e viaggiano. I giovani ai quali un Paese affida le speranze per un futuro migliore e di pace.
Il commando jihadista scelse con cura i suoi bersagli e quello del Bataclan era il più simbolico perchè vi si erano dati appuntamento centinaia di ragazzi, coetanei dei loro assassini, solo per la voglia di stare assieme e sentire musica. Molti di quei ragazzi avevano una trentina d'anni e facevano professioni diverse, ma con un solo obiettivo, quello di realizzarsi.
Niente di più. Era chiedere troppo?
I morti uno sull'altro, le urla, il sangue. Parigi e quei giovani meritavano tutto questo? I sopravvissuti, lentamente e faticosamente,, hanno imboccato un percorso che, alla fine, dovrebbe ricondurli nella normlità di un tempo, a come erano prima che davanti a loro si aprissero le porte dell'inferno.
''Le cose che adoravo nella mia professione - ha confessato una delle sopravvissute in una delle tante interviste che i quotidiani francesi hanno fatto in occasione del secondo anniversario delle stragi del Bataclan e di Saint Denis - sono diventate degli ostacoli, come la gestione dell'ego''.
Ma alcuni di loro, nonostante l'aiuto di psicologi che hanno cercato di portarli fuori dal doloroso tunnel dei ricordi legati alla mattanza di due anni fa, hanno creduto che quanto accaduto non possa essere cancellato ed hanno deciso di ricominciare, a partire dal loro lavoro, che a qualcuno è sembrato non avere più un senso. Quindi, chi non è ancora disoccupato, ha cercato nuove strade, lontanissime da quelle percorse prima che spari ed esplosioni cacellassero i loro sogni ed anche le loro certezze. C'è chi ha abbandonato il web design, le operazioni di borsa, per diventare liutaio, pasticcere, gestore di bar, clown negli ospedali. E c'è chi, abbracciando la sofrologia, cerca di dare agli altri quella serenità e quell'equilibrio che forse ha perso.
La Francia non vuole che le 130 vittime del 13 novembre di due anni fa, col trascorre del tempo ed in un naturale processo di rimozione, vengano inesorabilmente dimenticate, perché significherebbe che la pietà non trova più posto nella società di oggi, anche se le famiglie di quei ragazzi, ammazzati come bestie portate al macello, hanno reagito in modo diverso al dolore. Molte hanno, come si usa dire, elaborato il lutto; altre no. Altre vogliono dimenticare prima possibile, anche non partecipando a commemorazioni o dando la loro autorizzazione a che la fotografia del loro congiunto morto compaia nei tanti memoriali che più o meno spontaneamente stanno sorgendo.
Sia che si voglia ricordare, sia che si voglia dimenticare, i morti di quel 13 novembre del 2015 rimanono il simbolo di una pazzia, di un disegno egemonico destinato a fallire perché si basa solo sul sangue e sulla paura. Come tutti gli altri che l'hanno preceduto.