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Il piccolo ebreo sfuggito alla morte ad Auschwitz ora insegna tolleranza al liceo

Rimasto orfano, è arrivato a Montreal dove ha intrapreso la carriera agonistica di lottatore. Ora nel liceo che ha regalato alla città, insegna tolleranza e dialogo

Goerge Reinitz
Goerge Reinitz

Diego Minuti

7 Novembre 2017 - 09.30


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George Reinitz aveva dodici anni quando nel 1944, insieme ai genitori ed alla sorellina, abbandonò la sua innocenza, perdendola davanti ad un cancello di ferro sul quale campeggiava una breve scritta, in una lingua che non conosceva. ”Arbeit macht frei”, tratta da un romanzo dello scrittore tedesco Lorenz Diefenbach che mai avrebbe pensato di diventare quasi un simbolo del genocidio.
La lingua era la stessa che parlavano quei soldati che li avevano strappati dalla loro casa e portati, in carri piombati, ad Auschwitz, il campo di concentramento in cui Dio non entrava, perché a decidere della vita e della morte era un altro Dio, con il teschio e le ossa incrociate delle Ss sulle mostrine, il Rudolf Höß. Quel giorno George Reinitz (subito separato dalla madre, Martha, e dalla sorellina di 9 anni, Marika,che non avrebbe mai più rivisto) capì che la sua vita, per come l’aveva vissuta sino ad allora, non esisteva più e che doveva conquistarsela ogni giorno, lottando con tutta la forza che può avere un ragazzino.
George, che apparteneva ad una famiglia ebrea ungherese della classe media, rimase nel campo fino alla fine e si salvò grazie al padre, Jacob, che sarebbe morto di stenti, che gli girava le poche porzioni di cibo che riusciva a racimolare tra gli altri prigionieri, un universo di dolore e disperazione. Auschwitz era un viavai di gente, che arrivava quotidianamente da ogni dove d’Europa e che i carcerieri non perdevano tempo e denaro a nutrire, dopo averli fatti lavorare sino allo sfinimento.
George rimase in quel campo per nove mesi, lavorando ogni giorno per quattordici ore. Il fatto che fosse un po’ più alto rispetto alla sua età gli salvò la vita: ”ci facevano passare sotto una sbarra – ricorda -, se riuscivamo a toccarla eravamo buoni per lavorare”. Una sbarra che, ai suoi occhi di bambino sfiancato da fame e fatica, sembrava alzarsi ogni giorno di qualche centimetro di più. Sino al giorno in cui le SS che mostravamo un grande coraggio nell’uccidere donne, bambini, vecchi ed anche uomini, dopo averli spogliati di tutto, a cominciare dalla dignità, fuggirono, da codardi quali erano.
Oggi George Reinitz ha 85 anni e ha appena pubblicato la sua biografica, ”Lottare con la vita: dall’Ungheria ad Auschwitz e a Montréal”,i  tre luoghi della sua memoria. L’Ungheria, dove è nato ed ha vissuto la sua giovinezza;  Auschwitz dove ha imparato a lottare per vivere ed a dividere quel poco che aveva con gli altri prigionieri; Montreal la la città canadese che lo accolse nel 1948, grazie ad un programma per i bambini orfani, e che non gli chiese nulla, se non solo il nome. 
Nella città francofona arrivò, come dice ora, senza un centesimo e con pochi studi. E si innamorò della lotta. Ma non per caso: ”Amavo il lato individuale dello sport. Siamo gli unici responsabili delle nostre azioni e delle nostre decisioni. Mi sono portato dentro molta rabbia dopo la guerra e la lotta è stata la via perfetta. Noi ebrei non ci siamo levati in piedi per difendersi. Abbiamo accettato di essere umiliati e picchiati. Mi sono detto che mai più non mi sarei opposto e che da allora in poi avrei difeso i più deboli. ” Cominciò a praticare la lotta vincendo due titoli nazionali canadesi negli anni ’50 e solo una frattura ad un dito della mano rimediata in un combattimento gli impedì di partecipare alle Olimpiadi del 1956. Ma nel 1957 fu il portabandiera della rappresentativa canadese alle Maccabiadi, giochi riservati alla comunità ebraica mondiale. Arrivò il tempo di lasciare la lotta agonistica, ma George Reinitz continuò a seguirla come allenatore ed organizzatore. Nel 1956 aveva fondato una fabbrica di mobili a Terrebonne, che arrivò ad impiegare sino a 400 persone. Nel 2000 l’ha venduta. Nel 1999, nel quartiere montrealese di Côte-des-Neiges, è nato, grazie ad una sua donazione, il liceo che porta il suo nome e quello della moglie, che gli è accanto da sessant’anni, il ”George & Eleanor Reinitz Wrestling Center”, diventato una fucina di campioni di lotta.
”Non potrò mai restituire tutto quello che il Paese che mi ha accolto mi ha dato. Il Canada è stato molto buono con me e spero di averlo ricambiato bene”.
Ancora oggi, alla sua età, Georges va in palestra ed è prodigo di suggerimenti e consigli. Tanto che lui spera che qualcuno dei suoi ragazzi possa rappresentare il Canada alle prossime olimpiadi. E non sono solo ragazzi del Quebec perche ce ne sono che arrivano da tutto il Paese per imparare, perchè per il suo ginnasio di lotta George ha voluto i migliori allenatori su piazza, come Guivi Sissaouri, medaglia d’argento ai Giochi di Atlanta. ”Lui è un esempio per tutti gli immigrati – dice Guivi Sissaouri, lui stesso mimmigrato georgiano -. E’ un uomo molto generoso che ha un impatto reale sulle prossime generazioni”,
Ancora oggi Georges aiuta economicamente gli atleti del suo ginnasio, con delle borse di studio, ma non trascura la sua famiglia di cui è il patriarca. Ma il suo cuore batte per il suo liceo, dove sente i suoi ragazzi parlare inglese, francese, arabo, un piccolo mondo fatto di integrazione e generosità. E dove, insieme a mosse, difesa ed attacco, insegna la solidarietà, quella imparata tra le baracche di quell’angolo di inferno che era Auschwitz.  

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