Otto anni di politica dialogante, di ricerca di un equilibrio fondato sulla collaborazione e la consapevolezza, spazzati via in 41 minuti. Tanto è bastato per Donald Trump per rivoltare, come il classico calzino, la politica estera americana, riportando indietro l’orologio della diplomazia. Se sarà un bene o no, al momento è impossibile dirlo. Ma, a guardare le facce impietrite di chi ha assistito al ‘one man show’ messo in piedi dal biondocrinito presidente, non è che ci siano molte speranze. Mettendo l’America davanti a tutto e tutti, Trump ha onorato la cambiale con il suo elettorato cui aveva promesso di riportare gli Stati Uniti al proscenio, ma come protagonisti, non come inani testimoni dello sfacelo del mondo, a suo giudizio ovviamente.
Trump, sotto gli occhi come sempre gelidi della moglie Melania, ha tirato fuori tutto il repertorio della destra a stelle e strisce, riproponendo lo schema dell’America contro tutti, anche paradossalmete per quegli argomenti che non ha nemmeno sfiorato, ma sui quali – come l’ambiente ed i mutamenti climatici – si sa bene come la pensa.
D’altra parte le frasi usate contro il ”nemico” di turno non devono soprendere più di tanto se vengono da uno che si è circondato da ex generali e da falchi della politica estera, per i quali l’avversario deve essere impaurito prima che possa agire. La stessa terminologia usata – distruggere la Corea del Nord – pur essendo nella sostanza comprensibile non è certo quella che ci si attende dal capo della più potente nazione del mondo. Forse Trump ha dimenticato la lezione dei vecchi professori ai quali, per intimorire classi di turbolenti ragazzotti, bastava alzare gli occhi e non dire una parola per imporre silenzio e calma. Minacciare come ha fatto non appartiene allo stile degli statisti. Categoria alla quale evidentemente Trump non appartiene.
Chissà da quanto tempo sognava una platea come quella dell’Assemblea dell’Onu per rendere ancora più palesi le sue idee sul mondo prossimo futuro. Un mondo in cui l’America, forte, potente, faccia valere il suo ruolo. Certo, al di là delle minacce e delle esagerazioni, a Trump è scappata qualche parola di troppo (“Noi non vogliamo imporre il nostro stile di vita” ) se si guarda al passato anche recente. Ma ci sta tutto: se show deve essere, show sia. E per tutto il tempo del suo intervento, Trump ha trasformato il leggio degli oratori in un palco, alzano il ditino per ammonire nemici ed amici sulla sua visione unilaterali dell’America.
Forse Trump pensava che le sue parole avrebbero azzerato le reazioni. Non è stato così perché s’è trovato di fronte un Emmanuel Macron deciso a rintuzzare la visione ‘americocentrica’ del mondo trumpiano.
Emmanuel Macron, come suo solito ha limato il suo discorso praticamente sino a pochi minuti prima di prendere la parola per la prima volta davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, due ore dopo ‘the Donald’. Ed ha parlato di multilateralismo, di cooperazione tra le nazioni, di rispetto per gli accordi – quello sul clima di Parigi o quello di Vienna sul nucleare iraniano -, del primato degli sforzi diplomatici per risolvere la crisi. Insomma tutto il contrario di Trump, raccogliendo una eredità scomoda, ma politicamente forte come quella di Barack Obama.
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