Francia, la riforma del lavoro promette un autunno caldo

Appare difficile, infatti, che l’Assemblea Nazionale targata Macron, possa rigettarne l’impianto.

La riforma del lavoro promette un autunno caldo

La riforma del lavoro promette un autunno caldo

Francesco Ditaranto 1 settembre 2017

Nessuna sorpresa, nonostante l’attesa febbrile creata ad arte dal governo, nella riforma del codice del lavoro, presentata oggi alla stampa dal primo ministro francese Edouard Philippe e dalla ministra del lavoro, Muriel Penicaud.


Le cinque ordinanze (il presidente Macron ha voluto forzare la mano e approfittare della pausa estiva per stemperare eventuali proteste di piazza), che emendano il codice che regola il mercato del lavoro, saranno sottoposte al consiglio dei ministri il prossimo 22 settembre, per diventare, in breve, operative. L’unico ostacolo reale all’applicazione della riforma, in questo momento, è rappresentato dalla pronuncia del Consiglio Costituzionale sulla legittimità del mandato in bianco dato al governo dal parlamento, che dovrebbe arrivare nei prossimi giorni. Se l’incostituzionalità della procedura non sarà sancita dai garanti della Carta, la riforma fondamentale della presidenza Macron dovrebbe vedere la luce. Appare difficile, infatti, che l’Assemblea Nazionale targata Macron, possa rigettarne l’impianto.  


Delle 36 misure che compongono le ordinanze rese note in mattinata, le più importanti riguardano la disciplina dei licenziamenti e delle trattative tra lavoratori e parte datoriale.


Gli indennizzi, in caso di licenziamento illegittimo,  raggiungeranno al massimo una cifra pari a 20 mensilità per un’anzianità di 30 anni (tre mensilità con due anni di servizio), mentre il tempo massimo per presentare ricorso al giudice del lavoro si fermerà a 12 mesi.


Quanto alle trattative sindacali, la riforma restringe molto i margini d’azione dei sindacati (la ministra Penicaud ha evocato una sorta di “crisi della vocazione sindacale” tra i lavoratori). Nelle aziende con meno di 50 dipendenti, la direzione potrà trattare direttamente con i lavoratori, anche in mancanza di  delegati sindacali. In quelle che contano fino a 20 persone impiegate, il datore di lavoro potrà decidere dell’organizzazione del lavoro tramite referendum interno tra i salariati (o consultazione, come ha tenuto a specificare la titolare del dicastero).


Viene inoltre introdotto il principio del perimetro nazionale, stralciato all’epoca dalla Loi Travail approvata durante la presidenza Hollande, che stabilisce come  nella valutazione dello “stato di salute” di una multinazionale si debba tenere conto della condizione della stessa entro i confini del paese interessato da un’eventuale piano di ristrutturazione. In altre parole (anche se il governo ha assicurato che l’attenzione sarà massima), si apre la porta a piani industriali di disinvestimento mirati a non lasciare ai lavoratori altro che la constatazione della propria subitanea, quanto indotta, inutilità. Se, poi, si combina la misura appena citata, con la novità che riguarda i “contratti a tempo indeterminato di cantiere” (la cui traduzione meno letterale si risolve in un ossimoro come “contratto a tempo indeterminato a progetto”), che dovrebbero essere estesi anche ad ambiti che non riguardano l’edilizia,  si capisce perché il segretario della centrale sindacale CGT, Martinez, abbia denunciato la fine del concetto stesso di contratto di lavoro.


Sebbene i due esponenti dell’esecutivo, che hanno parlato oggi ai giornalisti, abbiano insistito sul carattere concertativo della preparazione dei provvedimenti, non può sfuggire come, negli incontri degli ultimi tre mesi con sindacati e organizzazioni di categoria, il governo non abbia fornito alle controparti un testo sul quale discutere. Non a caso, soltanto alle dieci del mattino (due ore prima, cioè, della conferenza stampa di presentazione della riforma) i sindacati hanno potuto visionare i punti della riforma, riassunti, per così dire, in circa duecento pagine. Che fosse impossibile esaminarne a fondo la sostanza in meno di due ore, come candidamente  ammesso dal segretario di Force Ouvrière, Mailly, è un fatto abbastanza evidente. Che si trattasse di un altro modo per prendere in contropiede le organizzazioni sindacali e togliere loro argomenti per la critica davanti alla stampa, anche.


Per il momento soltanto la Cgt ha convocato una manifestazione nazionale contro la riforma per il 12 settembre prossimo. Gli altri sindacati, pur dichiarandosi delusi dai provvedimenti proposti dall’esecutivo, stanno studiando modalità diverse per palesare loro contrarietà. Di certo, dopo il fallimento della lunga e sfibrante battaglia contro la Loi Travail di un anno fa, sarà difficile mobilitare nuovamente una fetta importante della popolazione. Tutto questo anche perché la sponda politica più importante per un’eventuale opposizione alla nuova riforma del lavoro, la France Insoumise di Melenchon, ha deciso di marcare le proprie differenze con il resto del mondo e sfilare, da sola, il prossimo 23 settembre, per accreditarsi, in linea con la tradizione della sinistra francese, come l’unica forza alternativa alla maggioranza presidenziale.