Liberato Stephen McGown, il sudafricano rapito da Al Quaida nel 2011

Fatto prigioniero insieme all'olandese Sjaak Rijke e allo svedese Johan Gustafsson, McGown è l'ultimo ad essere rilasciato. Dubbio il pagamento del riscatto.

Stephen McGown
Stephen McGown
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Diego Minuti Modifica articolo

4 Agosto 2017 - 10.15


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E’ durata sei anni la prigionia di Stephen McGown, il cittadino sudafricano rapito in Mali nel 2011 da Al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi). L’annuncio ufficiale – dopo che nelle ultime ore erano filtrate delle indiscrezioni – è stato dato dal Ministero degli Esteri sudafricano.
McGown fu sequestrato da un commando islamista armato che, la sera del 25 novembre del 2011, che fece irruzione in un ristorante di Timbuctu (nel nord maliano, città considerata patrimonio dell’umanità dall’Unesco e che custodiva, prima dell’arrivo degli jihadisti, poi scacciati, migliaia di antichissimi manoscritti risalenti a molti secoli fa. I rapitori prelevarono tre dei commensali: oltre al sudafricano, anche un olandese, Sjaak Rijke, e uno svedese, Johan Gustafsson. La moglie di Rijke riuscì a nascondersi e a evitare il sequestro. Un altro dei commensali, un tedesco, quando gli jihadisti stavano per farlo salire a bordo di un camion, insieme agli altri ostaggi, cercò di opporsi e fu ucciso a colpi di fucile mitragliatore.
Dei tre ostaggi il sudafricano è stato l’ultimo ad essere liberato dai suoi carcerieri. Il primo a tornare libero fu, nel 2015, Rijke, liberato da un raid delle forze speciali francesi impegnate nello scacchiere maliano della lotta alle formazioni jihadiste armate. Gustafsson è stato rilasciato nel giugno scorso.
Il ministero degli Esteri sudafricano nell’annunciare la fine dell’odissea di Stephen McGown, non ha inteso fornire alcun particolare sulle circostanze della sua liberazione. In ogni caso, il ministro degli Affari esteri, Maite Nkoana-Mashabane, ha escluso con decisione che sia stato pagato un riscatto. Accanto al ministro, c’erano il padre di McGown, Malcolm, e la moglie, Catherine. Un pensiero è andato alla madre dell’ex ostaggio, morta mentre il figlio era nelle mani di al Qaida.
Il netto diniego sulla possibilità che sia stato pagato un riscatto è uno schema che si ripete ogni qualvolta torna libero un ostaggio delle formazioni jihadiste, ma che lascia sempre delle perplessità. Aqmi è oggi quel che resta del braccio armato sul territorio di al Qaida, grazie anche alle capacità militari del suo emiro, Abdelmalek Droukdel, che, negli anni, ha saputo fare piazza pulita dei suoi oppositori interni, eliminati o costretti a riconoscere la sua leadership.

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