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Due procuratori denunciano Trump: ha preso soldi da stati stranieri

Maryland e Washington Dc contro il miliardario: ha violato le norme anticorruzione

Donald Trump
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globalist

12 Giugno 2017 - 08.12


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In Maryland hanno intenzione di citare in giudizio il presidente americano Donald Trump per aver violato le clausole anticorruzione della Costituzione accettando milioni di dollari da governi stranieri per le sue aziende. Lo ha rivelato il Washington Post secondo cui, i due procuratori, entrambi democratici, baseranno la loro denuncia sul fatto che “questi milioni in pagamenti e benefici da governi stranieri” sono stati ricevuti quando stava correndo già per la Casa Bianca, tenendo anche conto che Trump ha deciso di “mantenere la proprietà delle sue imprese” dopo aver assunto l’incarico di presidente. Trump ha trasferito il controllo delle sue aziende a due dei suoi figli, Donald Jr ed Eric, per evitare possibili conflitti di interesse durante il suo mandato.
Tuttavia, il procuratore generale di Washington Dc, Karl A. Racine, e quello del Maryland, Brian Frosh, ritengono che il presidente “abbia violato molte promesse di mantenere separati il dovere pubblico dai suoi interessi privati, tra cui quella di non ricevere aggiornamenti regolari sulla salute finanziaria della società”.

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Se un giudice federale darà il via libera a procedere, come spiegato dai pubblici ministeri, uno dei primi passi potrebbe essere quello di richiedere copie delle dichiarazioni dei redditi che Trump ha rifiutato di rendere pubbliche fino ad ora per sapere fino a che punto sono i suoi rapporti d’affari all’estero.

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Al centro del caso vi è la vicenda del Trump International Hotel, aperto l’anno scorso dello storico edificio della Posta di Washington. Secondo i due procuratori, la U.S. General Services Administration (Gsa) ha erroneamente permesso alla compagnia di Trump di continuare a prendere in affitto l’edificio, malgrado vi sia una clausola del contratto che esclude ogni persona con una funzione pubblica elettiva. L’agenzia governativa aveva inizialmente stabilito che Trump dovesse uscire dall’affare dopo essere stato eletto. Ma dopo che Trump ha proposto un aumento del bilancio per la Gsa, questa ha dichiarato che non vi erano problemi nell’affitto della vecchia sede della posta.

Diversi stati stranieri si sono serviti dell’albergo dopo che Trump è diventato presidente. L’ambasciata del Kuwait vi ha organizzato un evento, che inizialmente era programmato in un altro hotel. L’Arabia Saudita, primo paese straniero visitato da Trump, vi ha prenotato stanze in diverse occasioni. L’ambasciatore della Georgia vi ha alloggiato in aprile, facendo i suoi complimenti via Twitter.

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Oltre ad approfittare del suo ruolo di presidente per ottenere vantaggi personali, Trump fa anche concorrenza con il suo hotel a due centri congressi di proprietà pubblica, uno a Washington D.C e l’altro nel Maryland, argomentano i due procuratori. La citazione giudiziaria potrebbe aprire un nuovo fronte per Trump, già impegnato con la bufera del Russiagate.

Tanto più che Racine e Frosh intendono chiedere subito di visionare la cartella delle tasse del presidente. Trump si è sempre rifiutato di farlo e la questione, ritengono i due procuratori, rischia di arrivare fino alla Corte Suprema con il presidente che dovrà spiegare perchè ritiene di avere il diritto di mantenerla riservata.

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Racine ha spiegato di essersi sentito obbligato ad agire anche perché il Congresso, controllato dai repubblicani, non sembra aver affrontato seriamente la questione del conflitto d’interessi di Trump. “Portiamo avanti la citazione perché il presidente non ha adottato i passi adeguati per separare sé stesso dai propri affari”, ha spiegato al Washington Post. Scopo della citazione è chiedere al tribunale federale una ingiunzione contro Trump perché smetta di violare la costituzione. Sarà la Corte federale a stabilire in che nodo ciò dovrà realizzarsi.

Un’analoga denuncia contro Trump, accusato di violare il divieto costituzionale per i funzionari pubblici a ottenere benefici di ogni genere da governo stranieri, era già stata presentata in gennaio da un’organizzazione civica, la Citizens for Responsibility and Ethics in Washington (Crew). Il presidente del Crew Norman Eisen, ex avvocato per le questioni etiche dell’allora presidente Barack Obama, ha salutato l’azione dei due procuratori generali, da lui ritenuti “ricorrenti ideali” per una causa di questo genere.

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