Lesbo, lo sciopero della fame dei rifugiati curdi: non mandateci in Turchia

Dodici curdi, tra cui un minore, hanno protestato per non essere "deportati" in Turchia: "Andremo avanti finché non saranno riconosciuti i nostri diritti".

Campo di prima accoglienza di Moria a Lesbo

Campo di prima accoglienza di Moria a Lesbo

globalist 26 aprile 2017

Undici curdo-siriani e un arabo-siriani, rifugiati nel centro di prima accoglienza di Moria a Lesbo, hanno iniziato dal 21 aprile 2017 uno sciopero della fame e della sete dopo che è stata rifiutata loro il permesso di soggiorno. L’Unione europea e il governo greco, infatti, hanno rigettato la loro richiesta perché sostengono che la Turchia sia un “paese sicuro” e dunque le domande presentate sono “inammissibili”.


Uno sciopero della fame che, purtroppo, è iniziato e sta andando avanti ormai quasi da una settimana nel silenzio dei media. Mentre le istituzioni europee ancora una volta si sono messe una benda davanti agli occhi, facendo finta di ignorare che in Turchia è sistematicamente in atto sia la repressione nei confronti dei curdi, perseguitati dal regime turco, sia la negazione dei diritti primari ai profughi che fuggono dalle zone di guerra. Da Bruxelles si fa finta di non vedere cosa sta succedendo in Turchia (nemmeno le ultime mosse politiche di Erdogan sul referendum che gli ha dato pieni poteri) pur di difendere il debole accordo sui migranti siglato con Ankara.



Oggi, 26 aprile 2017, dalle 15 alle 2:00 andrà in scena una manifestazione di solidarietà per i rifugiati intrappolati nell'inferno di Lesbo.


Tra i rifugiati che hanno iniziato lo sciopero della fame e della sete c’è anche un minore che è scappato da Kobane ed è arrivato in Grecia da solo. Secondo la legge greca, essendo un minore non accompagnato, non dovrebbe essere ricollocato in Turchia ma rimanere nel paese dove è arrivato: eppure, nonostante abbia cercato di dimostrare che sia minorenne, il servizio di Asilo della Grecia, in assenza di un certificato che attesti la minore età del ragazzo, ha deciso di rigettare anche la sua richiesta.


Il Centro giuridico Lesbos, un gruppo di avvocati che difende i diritti dei rifugiati trattenuti nel campo di Moria, ha da sempre denunciato le falle dell'accordo tra Ue e Turchia e quella che è una vera e propria deportazione in corso dei rifugiati in Turchia, senza che si valuti caso per caso ma solo spostando i migranti in base. 


“Siamo qui senza cibo, senza acqua, senza niente – hanno detto i rifugiati nel primo giorno della loro protesta -. Siamo in sciopero della fame aperta e andremo avanti fino a quando non saranno riconosciuti i nostri diritti. La maggior parte di noi aspetta qui da otto, nove mesi, e altri da più di un anno e nessuno di noi ha ancora ottenuto nulla. Abbiamo ancora il timbro rosso, che ci impedisce di lasciare Lesbo. Alcuni di noi sono stati respinti, e dopo che gli appelli anche della comunità internazionale sono stati respinti nuovamente, e quindi non sappiamo più cosa fare. Ci viene detto che potremmo essere mandati in Turchia, ma siamo curdi, e veniamo dalla Siria. È impossibile e pericoloso per noi essere trasferiti lì. Il problema principale è che continuiamo a sentire solo una parola dall’ufficio di asilo: ‘Aspettare’. E nient'altro. Non possiamo più accettarlo. Ecco perché speriamo che con questo sciopero della fame qualcuno ci ascolterà e ci darà i nostri diritti”.