Gabriele Del Grande, nessuna svolta: stasera la terza telefonata a casa

Annunciata una nuova telefonata a casa (la terza), ma non si chiarisce ancora la sua posizione giuridica: oggi scade il termine dei 14 giorni in cui può non esservi incriminazione formale

Gabriele Del Grande

Gabriele Del Grande

Sappiamo sì dove è, sappiamo (più o meno) come sta, ma ancora non sappiamo esattamente perché viene trattenuto dalle autorità turche. E non sappiamo, anche se ormai temiamo, se davvero rischia di stare lì per ben sei mesi. Nella tarda serata di domenica 23 aprile, i giorni di detenzione amministrativa per Gabriele Del Grande arrivano a quattordici, il che significa che qualche novità sul suo status giuridico è alle porte. Le versioni circolate in questi giorni infatti, basate su una comunque difficile comprensione della legge turca e delle norme che effettivamente sono applicabili al caso di Gabriele Del Grande, indicavano il termine dei 14 giorni dal fermo come il limite massimo concesso per arrivare ad una vera e propria incriminazione, che poi significa la formalizzazione delle accuse e dunque la possibilità, per Gabriele e per la stessa Farnesina, di conoscere finalmente cosa gli viene nel dettaglio contestato.


Il grande timore che si sta facendo spazio in queste ore è quello che il termine dei 14 giorni in realtà non si applichi affatto alla situazione di Gabriele. Il suo fermo di polizia, avvenuto il 9 aprile scorso, si sarebbe infatti concluso già il giorno successivo, al momento del suo ingresso nel centro di Hatay, zona al confine con la Siria. L'entrata in quello che letteralmente, per la legge turca, è un Centro di identificazione e espulsione, avrebbe modificato il suo status giuridico, che tale sarebbe rimasto anche dopo il trasferimento a Mugla: in pratica, la normativa che si applica al suo caso non sarebbe quella del fermo di polizia (che può non essere motivato per massimo 14 giorni) ma quella specifica di questi particolari centri. I quali prevedono la possibilità di raggiungere un periodo di tempo di detenzione molto più lunga dei 14 giorni previsti dal semplice fermo di polizia: si tratta di sei mesi. Mesi che, per giunta, in particolari situazioni potrebbero essere raddoppiati, arrivando dunque ad un massimo di 12 mesi.


E' evidente che questa prospettiva, che purtroppo sembra diventare ogni ora più possibile, lascia tutti nella più grande incertezza: un'incertezza alimentata dalle reticenze turche a definire nel dettaglio la posizione giuridica di Del Grande. Finora, a quanto è dato sapere, le nostre autorità consolari e la nostra diplomazia non hanno ottenuto informazioni precise e univoche dalla Turchia sulla situazione di Gabriele e c'è un dubbio anche sul perfezionamento della nomina dell'assistente legale, l'avvocato Taner Kilic con il quale Del Grande ha potuto parlare venerdì 21 aprile dopo aver incontrato il console italiano a Smirne Luigi Iannuzzi. Una situazione fluida e nebulosa al tempo stesso, che alimenta le domande e lascia mille incertezze.


Informalmente, sappiamo che a Gabriele viene contestato di aver cercato di attraversare il confine con la Siria senza permesso e di essere entrato in contatto con testimonianze delicate, riguardanti anche il ruolo dell'Isis e di formazioni giudicate terroristiche. Del resto, che per la Turchia il caso Del Grande riguardi anche profili di sicurezza nazionale appare evidente dal modo in cui è stata gestita tutta la sua situazione. In tutti questi giorni, infatti, su una cosa non c’è mai stato alcun dubbio: che Gabriele fosse in stato di fermo per ragioni legate al suo lavoro: i continui interrogatori ai quali è stato sottoposto in questi ormai 14 giorni di detenzione si sono focalizzati proprio sulle persone che Gabriele ha incontrato, sia quelle intervistate prima che venisse fermato, sia quelle incontrate, una volta posto in stato di fermo, all’interno del centro di detenzione nella zona di Hatay, nei pressi del confine con la Siria. E’ evidente che i turchi (e non sappiamo con certezza neppure se sia ancora giusto parlare di polizia, o non invece - o anche - di servizi segreti o militari) hanno cercato finora di conoscere nel dettaglio tutte le storie che Gabriele ha raccolto, e tutte le informazioni che è riuscito a raccogliere. Per soddisfare queste curiosità non è bastato il sequestro di tutto il materiale, cartaceo e tecnologico, che Gabriele aveva con sé al momento del fermo. Fin dai primi giorni si è immaginato che i turchi avessero il dubbio che Del Grande intendesse sconfinare in Siria, volontà che peraltro è esclusa da tutti coloro che lo conoscono e che avevano parlato con lui. Non era nei suoi progetti, questo per l'Italia è sicuro, ma per la Turchia forse ancora no.


Resta vero quanto affermato dall'avvocato Kilic già venerdì 21: “Al momento non c’è alcun impedimento giuridico al rimpatrio, si tratta di un provvedimento punitivo”. La posizione italiana è nota: “Gabriele - ha ripetuto nella giornata di sabato 22 aprile il suo avvocato in Italia, Alessandra Ballerini - era in Turchia per scrivere un libro, non svolgeva alcuna attività illecita né tantomeno pericolosa. Auspichiamo che qualsiasi errore di valutazione sulla sua persona e sul suo lavoro possa essere immediatamente chiarito, grazie anche al’avvenuta nomina dell’avvocato, e Gabriele possa finalmente essere rimesso in libertà e tornare dalla sua famiglia”.


Il caso dunque sembra diventare insomma ancora più spinoso, anche se non mancano spiragli di speranza. "So che mio figlio ha avuto il permesso di telefonare a casa e lo farà in giornata", ha detto nel primo pomeriggio di domenica 23 il padre di Gabriele, Massimo Del Grande, spiegando che "per adesso non ci sono novità riguardo a un suo eventuale rimpatrio". Nella stessa circostanza il padre di Gabriele ha anche affermato che deciderà "con tutta la famiglia" come comportarsi riguardo all'invito giunto nella giornata di venerdì a recarsi all'Ambasciata turca a Roma.


Di Gabriele sappiamo che ha riferito di non essere stato maltrattato ma di subire frequenti interrogatori, e sappiamo ancora che ha interrotto ormai da venerdì 21 lo sciopero della sete (si sta alimentando con liquidi, come succhi di frutta), ma che continua a non assumere cibi e a rifiutare anche le vitamine. Un medico - è stato riferito dall'avvocato in Italia - monitora comunque costantemente la sua condizione. La protesta di Gabriele è finalizzata ad un'unico obiettivo: “Fatemi uscire di qui”, come ha ripetuto nel suo incontro con il console Iannuzzi di venerdì scorso, nel corso del quale ha chiesto notizie dell’Italia e ha avuto conferma della mobilitazione che è nata intorno al suo caso, in Italia e all’estero.