La strategia del terrore dal golpe al Referendum: il voto dei curdi decisivo

Oggi i turchi sono chiamati a votare il referendum costituzionale che darà più poteri ad Erdogan.

Manifestazione

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Roberta Benvenuto 16 aprile 2017

 Il destino della Turchia è giocato sul filo dei voti e del terrore. Il colpo di stato del 15 luglio 2016, anche se fallito in poche ore, ha lasciare una cicatrice profonda nella storia del Paese. La caccia alle streghe scatenata dalla sollevazione di una parte dell'esercito in una notte in cui persero la vita 248 sostenitori del presidente Recep Tayyip Erdogan e 104 golpisti, ha determinato il clima in cui la Turchia va a votare per decidere se abbandonare il sistema parlamentare e abbracciare il presidenzialismo.


"Niente più colpi di stato, né terrorismo". Non è un caso se i quadri del partito di maggioranza Akp ripetono come un mantra: "Con un presidente forte non ci saranno più colpi di stato e il terrorismo sarà sconfitto”. Sannoo bene che la popolazione di colpi di stato non vuole più saperne, sfibrata da interventi dell'esercito che nel corso degli anni, a cadenza decennale, hanno deposto governi intervenendo duramente nella vita del Paese.


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Il voto dei curdi. Una parte significativa di curdi che in passato ha votato per il partito Akp al potere dirà “no” al referendum costituzionale in programma domenica in Turchia che, se approvato, amplierà notevolmente i poteri del presidente Recep Tayyip Erdogan. Lo ha detto il leader del partito turco filo-curdo Hdp, Selahattin Demirtas.


Demirtas è dal 4 novembre scorso rinchiuso nel carcere di Edirne con accuse legate al terrorismo. “Le politiche oltranziste dell’Akp e la sospensione della democrazia, dei diritti umani e dello stato di diritto sono state respinte con forza dai curdi, che hanno preso le distanza dallo stesso Akp”, ha dichiarato Demirtas. Il leader dell’Hdp ha sostenuto che Erdogan “dovrà lottare per riconquistare i voti curdi dopo il fallimento dei negoziati di pace e la successiva repressione” e si è quindi detto “assolutamente” certo che il suo arresto sia stato progettato per indebolire l’opposizione in vista del referendum. Tredici deputati dell’Hdp, compresi i suoi due leader Demirtas e Figen Yuksekdag, sono in carcere per presunti legami con il Pkk. “Siamo trattenuti illegalmente da cinque mesi e ancora non si sa quando inizierà il processo – ha concluso Demirtas – Nonostante tutto quello che è successo, non stiamo chiedendo pietà o perdono a nessuno perché non abbiamo commesso alcun reato. Siamo detenuti qui perché contro di noi è stato commesso un crimine. Prima o poi quelli che si battono per la pace e la democrazia vinceranno”.


“Non permettiamo che questo film dell’orrore continui ancora”, scriveva qualche giorno fa, invitando i turchi a “sconfiggere la paura” nelle urne. In queste settimane, l’Hdp ha dovuto fronteggiare l’arresto di centinaia di suoi iscritti e continue intimidazioni.


Con un provvedimento che il capo degli osservatori Osce ha definito “senza precedenti” nella storia turca, oltre 140 suoi rappresentanti di lista sono stati rimossi d’ufficio, e con loro buona parte delle garanzie di trasparenza dello scrutinio.


Per i sondaggisti, a determinare l’esito di un voto che nonostante tutto resta molto incerto, potrebbero essere i curdi più conservatori, che prima votavano per Erdogan e poi sono passati dalla parte di Demirtas. È a loro che, dalla sua cella in semi-isolamento, lancia l’ultimo appello: “Avere paura del governo in tempi come questi è un sentimento molto umano. Ma non dimenticate che anche il coraggio lo è”.


Emergenza, media monotematici, oppositori in carcere. Il quadro democratico turco resta però sconfortante. La maggior parte dei giornalisti e degli ppositori polici che avrebbero potuto controbilanciare la comunicazione elettorale e spiegare le ragione del No, sono infatti tutti in carcere con l’accusa di terrorismo. Come ha detto Kemal Kilicdroglu, il leader del Partito Socialdemocratico, una delle poche forze d’opposizione ancora in piedi: “con la scusa dell’attuale stato di emergenza dopo il golpe hanno tolto la necessaria imparzialità necessaria sui media per una gara corretta”. La tv di Stato è infatti totalmente piegata sul Sì. L’osservatorio Unità per la democrazia ha diffuso una ricerca secondo la quale ben il 90% dei comizi trasmessi in diretta sono di Erdogan o dei suoi fedelissimi. Nessuna manifestazione del partitti dopposizione e filocurdi.