Dakota access pipeline: l'ombra di Trump sulla vittoria dei Sioux

Attraversava e violava le terre sacre del popolo indiano. Il portavoce: "Trump sostiene la costruzione dell'opera e si riserva di prendere le decisioni più adeguate".

Sioux

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globalist 5 dicembre 2016

In difesa dei territori, in difesa dei popoli, in difesa degli ultimi. Alla fine, migliaia di membri della tribù di indiani Sioux di Standing Rock che si opponevano al passaggio di un oleodotto sul territorio della loro riserva, nel North Dakota, hanno vinto. Il popolo dell'uomo rosso segna, per ora, una vittoria importante. Anche se con riserva. Sioux, ambientalisti, veterani di guerra schierati al loro fianco e simpatizzanti vari ai quattro angoli del mondo hanno salutato con soddisfazione l'annuncio della bocciatura da parte del Genio militare degli Stati Uniti del progetto di percorso dell'oleodotto che attraversa il North Dakota, terra sacra e ancestrale del popolo Lakota. Il modo migliore per procedere responsabilmente e rapidamente è quello di esplorare percorsi alternativi ha dichiarato Jo-Ellen Darcy, vice ministro dell'Esercito degli Stati Uniti con delega ai Lavori pubblici.


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Il Dakota Access Pipeline, l'oleodotto della società Energy Transfer Partners progettato per trasportare il greggio del North Dakota fino al Sud degli Stati Uniti, ha scatenato un movimento di protesta da parte delle tribù indiane, di ambientalisti e sostenitori degli indigeni nord-americani che si è diffuso a macchia d'olio. Da settimane i manifestanti vivono nelle praterie nei pressi di Cannon Ball, North Dakota, in un grande accampamento di tende militari e tepee tradizionali, nonostante il prossimo arrivo del terribile inverno del North Dakota, esposto alla furia dei blizzard, le tempeste di neve provenienti dall'Artico canadese.


L'ombra di Trump. Non è ancora chiaro se e quanto potrà durare la vittoria indiana. Jason Miller, un portavoce fa sapere che il presidente eletto si pronuncerà sul progetto, contestato dai nativi e bloccato da Obama, una volta insediatosi alla Casa Bianca. "Trump sostiene la costruzione dell'opera e si riserva di prendere le decisioni più


adeguate". 
Il presidente eletto Donald Trump, azionista della società titolare dell'oleodotto, la scorsa settimana si è espresso a favore del completamento. La futura amministrazione potrebbe in teoria ignorare la richiesta e consentire la realizzazione del progetto originale anche contro il parere dell'autorità militari statunitensi.


Ma la puntualizzazione del suo successore, che entrerà alla Casa Bianca a gennaio, non può sorprendere ed è perfettamente coerente con quanto dichiarato da Trump in campagna elettorale quanto ad approvvigionamento energetico. Il miliardario ha infatti promesso di rivederlo radicalmente, puntando sulle risorse domestiche naturali di gas e petrolio e sulla revisione di una legislazione di ispirazione ambientalista che ha l'effetto di limitare la produzione.


Ma Trump ha anche affermato che troverà il modo di ribaltare anche un'altra ecisione dell'amministrazione Obama, per molti versi simile a quella presa sul North Dakota: quella contraria al progetto dei quasi duemila chilometri di oleodotto della TransCanada Corporation, dalla canadese Hardisty, Alberta, allo statunitense Nebraska. 

Il progetto originario della pipeline, lunga quasi 1.200 chilometri con un costo stimato in 3,2 miliardi di dollari, prevedeva un passaggio a poche centinaia di metri dalla riserva della tribù Sioux Standing Rock in North Dakota. I pellerossa hanno così cominciato la protesta, nel timore che l'oleodotto possa contaminare il Missouri e il lago Oahe, le loro principali fonti di approvvigionamento idrico, oltre a danneggiare siti considerati sacri dai nativi e dove sono sepolti i loro antenati.