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Brexit: come rivive il sogno di Hayek

La principale forza motrice che ha trainato la Brexit è stata di matrice ideologica e alimentata da ideali neoliberisti che giocheranno un ruolo di primo piano nello scenario post-Brexit

Londra
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20 Ottobre 2016 - 12.28


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di Owen Worth

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Un momento fondamentale che segna il rapporto tra il Regno Unito e l’Europa si compie nel 1988 con il discorso di Margaret Thatcher al Collegio d’Europa a Bruges, quando affermò che non aveva ”ridotto i confini dello Stato nel Regno Unito per vederli reimposti a livello europeo”. Questo è stato il primo, chiaro messaggio che il progetto di unificazione europea avrebbe rappresentato una minaccia per la sua rivoluzione neoliberale. Al tempo, molti cambiamenti stavano per avvenire nel Regno Unito.

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Fino ad allora il nucleo dell’opposizione al Mercato comune europeo veniva da sinistra. (…). (Poi) l’ala thatcheriana del Partito Conservatore (…) prese la testa del movimento euroscettico, in base alla convinzione che l’Unione Europea stesse regolando troppo l’economia dei Paesi membri, abbandonando i principi del libero mercato. In questo articolo sostengo che la principale forza motrice che ha trainato la Brexit sia stata di matrice innanzitutto ideologica – e non invece l’esito di un contraccolpo antisistema – e che questa forza sia alimentata da ideali neoliberisti che giocheranno un ruolo di primo piano nel dar forma allo scenario post-Brexit. (…).

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Per comprendere il modello di mercato che i promotori del ”Leave” proporranno dopo la vittoria della Brexit è opportuno allargare lo sguardo. Ci appaiono così molti parallelismi con la tradizione liberista americana. Del resto, c’è poco da stupirsi. La dottrina Thatcher-Reagan ha lasciato un’imponente eredità ideale sul rapporto tra Stato e mercato. Entrambi si rifanno a una forte tradizione liberale che a sua volta può essere declinata come una forma di ”tradizione nazionale” per guadagnare consenso popolare. La mobilitazione popolare intorno alle idee del Tea Party e le campagne contro la Banca Federale statunitense di cui Ron Paul è stato un paladino sono state accolte nel Regno Unito con fervore (Hannon, 2010).

Nel Regno Unito il bersaglio non è stata la banca centrale, ma l’Unione Europea. Per i neoliberisti sostenitori del ”Leave” il sogno del libero mercato nato dall’incontro all’inizio degli anni Ottanta tra Hayek e Thatcher è stato intralciato dalle concessioni all’Unione Europea a Maastricht, Amsterdam e Lisbona. Nonostante che lo stesso Hayek avesse una visione estremamente ambigua dell’unificazione europea (Höpner & Schäfer, 2013), la lettura offrera dai neoliberisti delle tesi hayekiane è molto chiara. L’Unione Europea e le altre forme di governance regionali sono istituzioni regolative che cercano di contenere le forze del mercato (Borne, 2016; Congdon, 2016; Wapshott, 2012). La soluzione della Brexit per questi ”iper-liberisti” sembra essere il completo ritiro sia dall’Unione Europea sia dal mercato unico. (…).

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I sostenitori della Brexit dovrebbero temere Karl Polanyi
Se la destra liberista può rivendicare di essere la vincitrice sotto il profilo ideologico della Brexit, la realtà nella società britannica è differente. Il voto è apparso polarizzato non solo tra classi sociali ma anche all’interno delle diverse fasce di età, etnie, aree geografiche, territori urbani. L’evidenza del voto ha mostrato come la classe media inglese e le classi operaie nel Nord abbiano votato per il Leave, mentre gli operatori dei servizi finanziari e i residenti delle aree centrali delle città abbiano votato per il Remain. I due elementi immediatamente riscontrabili nel voto sono stati la divisione generazionale ed etnica. Per quanto riguarda la prima, la marcata correlazione tra l’aumentare dell’età e il voto del Leave non può non essere presa in considerazione (…). Mentre la divisione etnica del voto ci fornisce una tendenza ancora più allarmante. Sia il voto della popolazione afro-caraibica (77% a favore del Remain) sia quello della popolazione indiano-asiatica (66% a favore del Remain) hanno di gran lunga superato il voto ”bianco” in una campagna referendaria caratterizzata da accenti razzisti e xenofobi.

Il fervore nazionalista scatenato dallo UK Independence Party (UKIP) e da altre figure di spicco come Michael Gove ha dato l’impressione che il voto vertesse unicamente sulla questione dell’immigrazione. L’ondata di attacchi razzisti dopo il voto ha mostrato una nazione profondamente divisa e suscitato un clima di tensione che non si era mai riscontrato prima. La propensione della destra liberista a fomentare il nazional-populismo non è di certo nuova. Il regime di Pinochet appoggiato sia da Hayek sia da Friedman lo ha usato per reprimere violentemente l’opposizione, mentre Thatcher e Reagan hanno entrambi sfruttato il sentimento nazionalista per puntellare il consenso popolare nei confronti delle loro riforme economiche strutturali.

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Ma qui si pone una nuova questione. L’emergere di una forma di nazionalismo inglese, basato sulla reazione nei confronti del multiculturalismo in aree industriali tradizionalmente laburiste fa sorgere un problema differente. Il voto anti-Ue e anti-immigrazione in queste aree nasce dallo sfaldamento del tessuto socioeconomico causato dalla deindustrializzazione e dagli effetti della globalizzazione neoliberale. Qualsiasi passo intrapreso in direzione di un’economia più deregolamentata e mercato-centrica, sprovvista dei fondi di coesione europei, porterebbe al passaggio da un blando modello europeo di governance neoliberista a una linea più dura, e segnalerebbe l’intensificarsi del nazionalismo.

Lo UKIP è già disposto a sfruttare tutto ciò al fine di fomentare ulteriormente il messaggio anti-immigrati, e anche gli altri movimenti di estrema destra come Britain First o i vari gruppi nati dall’implosione del British National Party stanno acquisendo consensi. Il tutto in un paese dove prima del 2002 l’estrema destra si era affermata nella sua storia una sola volta e in un’unica amministrazione locale. Come è stato notato in molti studi recenti, i partiti di estrema sono riusciti a ricollocarsi all’interno del più vasto terreno neoliberista, che è apparso compatibile con l’espressione di una politica reazionaria (Saull, 2015; Worth, 2014).

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Comunque, a tal proposito si dovrebbe considerare la visione di Karl Polanyi, che mostra che questa coesistenza non è permanente. Né, come invece potrebbero suggerire i sostenitori di Hayek, le istanze reazionarie svaniscono non appena la società si assesta in seguito alla crescita dell’economia di mercato. Ne “La grande trasformazione” Polanyi mostra come gli ideali di un mercato autoregolato abbiano prodotto un insieme di ”doppi movimenti” nel diciannovesimo secolo, quando lo Stato o la società civile hanno apportato una ri-regolamentazione per proteggersi dall’anarchia del mercato.

Tuttavia, il perseguimento di una società internazionale basata sui principi dell’economia liberale si è risolta nella sua distruzione e nell’ascesa del fascismo dopo la prima guerra mondiale. Sia Hayek sia Polanyi lasciarono Vienna, loro città natale, per emigrare a Londra, ed entrambi scrissero i rispettivi testamenti sul liberalismo durante la guerra. Ma mentre Hayek nel suo “La via della schiavitù” sostenne che solo un’economia di mercato può portare alla prosperità economica e al pieno raggiungimento delle libertà individuali, Polanyi asserì che fu proprio l’economia di mercato a condurre alla crisi, alla rottura, alla caduta e al collasso (1944). (…).

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La Brexit è stata una peculiare esperienza britannica per il fatto che l’Unione Europea ha assunto il ruolo del ”capro espiatorio”: un ruolo che ha sempre avuto nella cultura politica del Regno Unito sin dal suo primo ingresso in Europa nel 1973. Come è stato ripetuto più volte dopo il voto, il terreno di cultura favorevole alla Brexit risiedeva essenzialmente nella combinazione tra la forte disillusione nei confronti della classe politica e i risultati negativi di dieci anni di austerity.

Le istanze populiste come l’immigrazione e l’eccezionalismo britannico sono stati poi innestate all’interno di questo contesto. Ciononostante, le dinamiche osservate nel referendum sulla Brexit sono apparse in altre parti del mondo nell’era post-crisi. L’avanzata dell’estrema destra in Europa, l’ascesa di Trump negli Stati Uniti, l’affermazione dell’estremismo religioso e del revanscismo etno-nazionalista stanno a indicare quei ”doppi movimenti” contro il processo di mercatizzazione della società prodotto dalle forze e dalle istituzioni internazionali del neoliberalismo. Molti sono propensi a indicare le forme più progressive di ”contro-movimento” per democratizzare o socializzare questi sviluppi (Worth, 2013), ma il messaggio di Polanyi sul mercato autoregolato dice più di questo. Ci serve a ricordare la follia del sogno liberista.

Nel sostenere e sviluppare i meccanismi e gli ideali del liberalismo di mercato (o in questo caso del neoliberismo), emergono forze reazionarie che con il tempo diventano impossibili da arginare. Per Polanyi il risultato finale consisteva nella distruzione del sistema liberale e in quindici anni di catastrofe. I paladini del libero mercato che hanno spinto per la Brexit sin dagli anni Ottanta dovrebbero forse considerare tutto questo più seriamente.

(Traduzione di Federico Olivieri)

Versione ridotta dell’articolo intitolato “Reviving Hayek’s Dream“, tratto da: Globalizations, Special Forum on Brexit, settembre 2016

Testi citati

Borne, R. (2016). Hayek would have been a Brexiter. Institute of Economic Affairs. Retrieved from www.iea.org.uk/blog/hayek-would-have-been-a-brexiteer
Congdon, T. (2016). ‘Too much regulation’, in Economists for Brexit. In The Economy after Brexit. Retrieved from http://www.economistsforbrexit.co.uk/
Hannon, D. (2010). Tea party comes to the UK. Retrieved from http://www.tfa.net/daniel-hannan/
Höpner, M., & Schäfer, A. (2013). Embeddedness and regional integration: Waiting for Polanyi in a Hayekian setting. International Organizations, 66(3), 429–455.
Polanyi, K. (1944). The great transformation. Boston, MA: Beacon Press.
Saull, R. (2015). Capitalism, crisis and the far-right in the neo-liberal era. Journal of International Relations and Development, 18(1), 25–51.
Wapshott, N. (2012). Keynes Hayek: The clash that defined modern economies. London: W.W. Norton.
Worth, O. (2013). Resistance in the age of austerity. London: Zed Books.
Worth, O. (2014). The far right and neoliberalism: Willing partner or hegemonic opponent?. In R. Saull &

A. Anievas (Eds.), The Longue Durée of the far-right: An international historical sociology. London: Routledge.

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