Anna Politkovskaja e il tramonto nel mondo del giornalismo civile

Dieci anni fa veniva ammazzata la giornalista russa. Un ricordo sul suo giornalismo e sulla pena dell'informazione allineata ai tempi nostri. [Antonio Cipriani]

Anna Politkovskaja

Anna Politkovskaja

Antonio Cipriani 7 ottobre 2016

La storia di Anna Politkovskaja, a dieci anni dall'assassinio, commuove il mondo occidentale. Le sue parole continuano a incidere sulla pietra obliqua della memoria collettiva un atto d'accusa. E nel contempo di vitale testimonianza del valore dell'informazione, contro ogni compromesso e sempre distante dal fascino attrattivo del potere. Quando rappresenta la voce degli umili e degli oppressi e non gli interessi dei privilegiati e degli oligarchi di ogni luogo e tempo. Quando tesse i principi della conoscenza per tutti e non ritaglia profili informativi a vantaggio di pochi, in tempi di guerra e di pace, in luoghi lontani o in quelli vicini, dove viviamo e lavoriamo. Dove prendiamo le nostre decisioni e crescono i nostri figli, dove è necessario battersi per cambiare la nostra storia di ogni giorno. A partire da dove poggiamo i piedi e pensiamo al futuro, alla democrazia, alla libertà, all'ingiustizia, all'eguaglianza dei diritti.


"Sono una giornalista e questa è l'unica ragione per cui ho visto la guerra: sono stata mandata sul campo". Questo ha scritto Anna Politkovskaja. Sul campo. A raccontare un conflitto in modo civile, sottolinea poche righe più giù. Civile e non embedded, parola strana che è ormai entrata nel nostro vocabolario dell'informazione. Embedded: integrato in un sistema informativo. Civile: libero di osservare e narrare. Quindi non al seguito dei militari, non al servizio della propaganda di guerra; ma come gli inviati di un tempo, liberi di andare e raccontare.

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"Per comprendere l'esperienza della guerra come chi, vivendo nelle città e nei villaggi ceceni, la subiva ogni giorno. Tutto qui". Scrive ancora Anna. E quel "tutto qui" è qualcosa che non accade più da nessuna parte. Perché nell'era della comunicazione globale non esiste niente di più celebrato e raccontato della guerra, e nel contempo, niente di più plastificato e falsificato. Niente di più piegato agli interessi di chi ha il potere di decidere che cosa è utile far sapere all'opinione pubblica e che cosa no.
La Politkovskaja è morta per questo. Per quel "tutto qui" che fa la differenza. Non solo in Russia, non solo sotto Putin, ma ovunque. In qualunque guerra. Perché le sue parole, testimonianza di giornalismo civile, sono buone per tutte le guerre. Vicine, lontane, sotto i riflettori della propaganda o dimenticate dai giornali. Medievale, lei definiva la seconda guerra di Cecenia. Guerra e basta, dico io: feroce, di conquista, pagata al 90% dalla popolazione civile, fatta di efferatezze e vendette. In Cecenia come in Afghanistan. Come in Libia o in Iraq. E soprattutto, come tutte le guerre di questa èra globale, nascoste all'informazione. Preventive, umanitarie, medievali o per esportare la democrazia: sempre di dominio, sempre vietate all'informazione non embedded. Sempre vietate allo spirito civile della testimonianza.
E questo ci pone una serie di problemi sulla nostra democrazia, sui buchi neri informativi a fronte delle plastiche ricostruzione di false notizie. Quindi ci pone il problema della comprensione delle dinamiche sociali e politiche, nazionali e internazionali, che dovrebbero darci la possibilità di formare la nostra opinione, decidere una posizione. In ogni guerra la prima vittima è la verità... Già, temo che la deriva di questa globalizzazione scivoli proprio su questo punto di equilibrio instabile tra verità e informazione a basso contenuto di verità. E per tornare alle questioni poste in apertura, quello che io chiamo punto di equilibrio instabile è un punto fermo, se visto da parte di chi con questa oscillazione di falsità-mezze verità, silenzi strategici sui fatti, costruisce giornalmente le strutture solide di un sistema, anche comunicativo, che riflette gli interessi prima finanziari e poi politici. E che usa guanti bianchi e modi delicati, non uccide ma ammalia. Lascia che tutto venga detto, e che quello che non serve finisca incanalato su stradine senza via d'uscita, lontane da qualunque forma di attenzione.


 


Ps
Questo pezzo è dedicato a chi si batte per ogni forma di giornalismo sul campo, lontano dai comunicati stampa, dalle veline, dall'intossicazione della stupidità. In particolare è dedicato a Manuela Iannetti, fantastica scrittrice che ha appena pubblicato un libro di racconti intitolato "Boris e lo strano caso del maiale giallo" e che mi invitò a Cagliari a parlare di giornalismo e di Anna Politkovskaja, per Teatri di guerra, con Anna Menesini, Carlo Angioni e Gianmario Demuro. Questo testo racconta il mio intervento di allora.