Lotta all’Isis: gli Usa scelgono Erdogan. E il Sultano combatte i curdi

Voltafaccia da Nobel. La lotta al Califfato interessa poco agli Usa che scelgono Erdogan per difendere i propri interessi. Non parlate più di democrazia e libertà.

Carri armati

Carri armati

Antonio Cipriani 28 agosto 2016

Quando vi racconteranno le prossime baggianate sulla Guerra all’Isis, o sulla necessità mediatica di andare a bombardare qualche paese in giro per il mondo per esportare la democrazia, tenete a mente questo che vi sto per dire. In nessun caso una guerra è stata fatta dall’Occidente per portare libertà o benessere o democrazia, ma sempre e solamente per l’interesse del Capitale e per il mantenimento geostrategico di un sistema che difenda il profitto di una piccola parte del mondo che sfrutta tutto il resto. Con le conseguenze, comunque, pagate in vite perdute da civili, uomini, donne, bambini sotto le bombe. Con milioni di esseri umani in fuga da luoghi devastati dalle guerre, schiavizzati dai dittatori fascisti fantocci, depredati dalle risorse e dalla possibilità di vivere nelle terre natie: i migranti che tanti ci spaventano insomma.


Fatta questa premessa, veniamo al dunque. Mentre la Francia si copre di ridicolo con i divieti dei burkini, e i media si preoccupano dell’avvento di Trump e sperano in Hillary Clinton, nel vicino Oriente, in quell’area strategica tra Siria, Iraq e Turchia che è in conflitto da anni, si è consumato il tradimento vero e palese di ogni ideale, di ogni residua credibilità del mondo occidentale. Il cinico e paraculo Sultano turco, Erdogan, noto per i suoi metodi democratici, per la repressione nei confronti degli oppositori, per il sistema carcerario messo in piedi per cancellare ogni dissenso, dopo il golpe ha cominciato a giocare su tutti i tavoli con una spregiudicatezza che molti avevano intuito e che solo l’Europa finge di non capire.
Dopo aver abbattuto un caccia russo, ha stretto un accordo alla faccia del mondo con Putin. E immediatamente il portaborse della Casa Bianca, Biden, è corso a cercare di rimettere insieme i pezzi e a nome del Nobel per la Pace Barack Obama, ha messo sul piatto della trattativa con Erdogan la testa dei curdi, di un popolo intero, della propria resistenza storica, del proprio diritto all’autodeterminazione. Per mantenere la Turchia nella Nato gli americani sono disposti a tutto. Anche a tradire gli unici che sul campo hanno combattuto davvero contro l’Isis, i curdi siriani nel Rojava, quelli iracheni e il Pkk turco.
Vi ricordate la resistenza epica di Kobane? Con l’Isis che attraversava senza ostacoli le frontiere turche e i profughi curdi che venivano ricacciati indietro? Vi ricordate la pagina epica dei combattenti di quella democrazia popolare curda che ha infiammato il nostro immaginario? Nel nome dell’interesse superiore, buttata via. Quando agli americani è servito far vedere che anche loro combattevano l’Isis hanno usato i curdi nei combattimenti come carne da macello. Quando hanno deciso che quella democrazia popolare, in cui le donne hanno ruoli dirigenti e le brigate sul campo si battono per la propria libertà e autodeterminazione, non serviva più. Meglio il fascista Erdogan. Quindi, rottamato ogni aiuto ai curdi. Niente più munizioni, niente più sostegno aereo. Arrivederci e grazie. Morite per la vostra patria in silenzio, tanto i media faranno finta di niente, pronti a mettere l’elmetto per la prossima guerra umanitaria, chirurgica, solidale, che esporta la democrazia in giro per il mondo in difesa dell’interesse del Sacro Dollaro. E voi lettori, zitti a piangere sulle vittime che vi mostreranno. Ignorando come avvengono le dinamiche belliche nel mondo.
Così oggi assistiamo alla discesa dell’esercito turco in Siria, spaccando i cantoni curdi, con il secco ordine dato a Ypg di ritirarsi a est dell’Eufrate. Ovviamente nel mirino turco non ci sono solo i curdi turchi di Pkk (che Erdogan considera terroristi), non ci sono i combattenti curdi siriani di Ypg, ma anche i peshmerga iracheni. E quello che appare chiaro è che non essendo i curdi pupazzetti sullo scacchiere internazionale deciso dall’asse Erdogan-Biden, resisteranno. E un nuovo interlocutore potrebbe mostrarsi in campo, visto che il presidente dei curdi iracheni Masoud Barzani, secondo quanto scrive Piero Orteca è atteso a Teheran.
Per salvare la faccia adesso gli Usa chiedono ai turchi di non attaccare i curdi, nemici dell'Isis, ma di limitarsi alla guerra al Califfato. Richiesta tardiva visto che hanno già occupato 10 villaggi nel Rojava...



Distruggere l'Isis è un errore strategico? "Lo mette per iscritto Efraim InBar, docente di studi politici e della Bar-Llan University di Ramat Gan, alle porte di Tel Aviv. L’autore del paper pubblicato lo scorso 2 agosto dal tink tank Besa (cui commissionano studi tanto il governo israeliano quanto la Nato) chiarisce l’utilità dello Stato Islamico, quale regolatore della capacità contrattuale dei competitor regionali vicini". Questo scrive Alberto "Abo" Di Monte, scrittore e attivista che segue la vicenda curda con profonda conoscenza.  Spiegando i tentennamenti storici in quell'area di interesse profondo geostrategico dove si intrecciano le mire di Israele, della Russia, degli Usa e, per l'appunto, dell'Iran. 


Per aggiungere elementi all'analisi di cui sopra, ecco un altro virgolettato: "Mentre il balletto delle alleanze manovrate dalle super potenze statunitense e russa gira incessantemente, e la narrazione spaurita e occidentalizzante della guerra di civiltà minano la comprensione della posta politica in gioco, lungo i 400 chilometri del confine tra i due tormentati stati è in gioco in queste ore la tenuta dell’unica opzione laica, democratica e rivoluzionaria dell’area. L’autonomia (o confederalismo) democratica proclamata in Rojava sta mettendo radici nel Bakur sotto assedio grazie al successo delle amministrazioni HDP/DBP e acquistando forza sul campo, come dimostra la recente presa di Manbji e l’avanzata delle unità in direzione di Raqqa. L’unificazione alle porte dei cantoni del Rojava è quindi il motivo scatenante l’ingerenza militare turca in terra siriana, un’invasione che si profila più come un’occupazione militare che come un attacco ai miliziani, in fuga, di Daesh. L’invito giunto alle ed ai combattenti curdi da parte del comandante in capo delle truppe a stelle e strisce, a riportare la linea del fronte ad est dell’Eufrate non fa che confermare la ritrovata unità d’intenti con un sultano che solo poche settimane fa pareva abbandonato a sé stesso".
Il tradimento è consumato.