Ragazzine prostitute e bimbe sotto le bombe: ma senza burkini

Ideologie asimmetriche. Discussioni sulla cultura repressiva del burkini, non sulle ragazzine che si prostituiscono (per mariti benpensanti) o per chi muore sotto le nostre bombe.

Di corsa in spiaggia

Di corsa in spiaggia

Antonio Cipriani 18 agosto 2016

di Antonio Cipriani

Onore ai francesi
che in un agosto con troppi pochi allarmismi hanno pensato bene di lanciare una crociata contro il burkini o burqini. Via da Cannes e poi via da altre spiagge con ordinanze che somigliano a quelle dei sindaci leghisti quando vietano la briscola al bar del paese padano o che si canti Bella Ciao (non sapendo chi è questa Bella da salutare in coro). Divieti per protervia e ignoranza. Ovviamente in Francia, come nei comuni italiani che si esaltano in sciocchezze e ordinanze.
A Parigi ci si è messo anche Valls a sostenere che il burkini va contro i valori francesi. E ci piacerebbe sapere quali siano, visto che la libertà di culto dovrebbe essere tra i valori fondanti di ogni democrazia. Di crociata si tratta, comunque. Figlia di una frustrazione evidente, di una risposta isterica ai problemi che vengono posti dalla convivenza tra diverse culture nello stesso luogo e dalla paura. Reale o indotta in un sistema che si basa sull’emergenza che discende da questa paura e che genera sicurezza (poca, come abbiamo potuto notare) e repressione (tanta).
Sì, però (sento già le vocine…). Le persone in spiaggia si sconvolgono, si tratta di imposizioni culturali e religiose, di violenza dell’uomo sulla donna, è anti-igienico, per tacere le banalità di alcune femministe, ecc. ecc.
Sui social circolano oggi a migliaia le foto delle cinesi che hanno anche il facekini, e delle suore che fanno il bagno con le loro vesti, senza manco il burkini. Interessante il cittadino che cerca di ristabilire umane condizioni di discussione. E più consapevolmente ritiene che sia più drammatica la notizia che le bombe sganciate sui bambini yemeniti vengano prodotte in Sardegna e che la nostra cultura militarista esporta morte sulla testa delle donne (velate o meno non importa) e dei bambini di altre culture, di altre religioni.  
Si tratta di un esempio. Avremmo potuto parlare del disinteresse che c’è verso ogni forma di ferocia bellica nel Congo, dove si ammazza per l’oro e per i diamanti, quindi per gli interessi spietati della cultura del profitto. O delle ragazzine di sedici anni, mezze nude, che sui viali delle nostre città si prostituiscono al servizio degli aguzzini. Non portano il burkini, non sono nostre figlie o sorelle, quindi culturalmente non ci devono interessare? Sono in numero maggiore queste schiave minorenni nelle città o le donne che scelgono il burkini? E come mai il benpensante (magari anche cliente) non trova niente da dire su questo fenomeno dilagante? Ritiene che una ragazzina si possa vendere mezza nuda per strada per una scelta di libertà individuale conquistata dopo anni e anni di femminismo? O perché schiava delle mafie?
Mi chiedo come mai ci turbi il burkini e non la violenza delle guerre o delle ragazzine violentate ogni notte da uomini normalissimi che si nascondono dietro la cultura del dio denaro: pago, violento, torno a casa dalla mogliettina e dai figli, mi scandalizzo del velo…
Devo dire che a me non sconvolge né il velo né il topless. Mi sconvolgono nello stesso modo le imposizioni violente, sia da parte della religione che da parte della cultura dominante. Mi lascia senza parole l’indifferenza di una società che ha dimenticato l’accoglienza e che ogni giorno mostra di più il suo ghigno feroce e stupido. Pericoloso, perché questo abbinamento tra ignoranza e cattiveria non ci porterà niente di buono.


Ps. Globalist ha rilanciato un bel reportage di Liberation in cui si dice che nella stessa famiglia una sorella porta il burkini e una il bikini. Vorrei che qualcuno ci spiegasse questa contraddizione, visto che se si tratta di imposizione feroce per una, non si capisce perché non lo sia per l’altra. Quanta ignoranza circola. Conosciamo tutti tante persone, ragazze che portano il velo e ragazze che non lo portano. Vivono e studiano insieme, vanno alle feste, ridono e scherzano senza problemi.  Penso che la questione sia un pelino più complicata e che questo risentimento a orologeria sia figlio di questa necessità storica di dividere il mondo in bianco e nero. Terrorismo e anti-terrorismo, aggiungo. Senza troppe sfumature e con la presunzione di obbligare le persone a scegliere da che parte stare. Prima della catastrofe.

Ps2. Trovo bellissima la vignetta di Mauro Biani.