(Quasi) un anno di primavera araba

Da febbraio a oggi molte cose sono cambiate nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Tante in Egitto. [Riccardo Cristiano]

Riccardo Cristiano 8 maggio 2016
[b]di Riccardo Cristiano
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Ancora poco e la primavera araba taglierà il nastro del suo primo anniversario. E già questa è una notizia. Ha rischiato di morire prima, di rimanere una rivolta, ma gli eventi egiziani l’hanno salvata. Da febbraio a oggi era lecito infatti sospettare che l’Egitto avesse avuto il coraggio di ribellarsi a Mubarak, ma non di scegliere di liberarsi del regime dei militari. L’opzione Tantawi, sostenuta dall’Occidente e da Israele, era questa: il vecchio Faraone doveva essere sacrificato sull’altare della continuità. Il progetto avrebbe potuto funzionare, il timore di un salto nel buio, dell’instabilità e gli agenti provocatori pagati dall’Arabia Saudita avrebbero potuto “bucare” il sogno rivoluzionario.



Così non è stato e ora non sarà certo il meccanismo elettorale, lo svolgimento di elezioni “libere e democratiche”, o il loro risultato, il metro sul quale valutare la rivoluzione araba. Ci saranno sconfitte, pagine buie, e passi indietro. Ma il metro per valutare gli eventi sarà la capacità di milioni di arabi di permanere in un cammino rivoluzionario.



Il mondo arabo, e l’Egitto quale suo paese-guida, deve cioè uscire dalla “mentalità del bunker” che ha impedito per decenni ogni possibile cambiamento. La sfida con le forze contro rivoluzionarie, guidata dall’Arabia Saudita, si giocherà sul terreno economico, essendo il potenziamento dei ceti medi la chiave di volta dall’attuale dimensione medievale alla modernità, ma sarà la rivoluzione delle priorità, potremmo dire il capovolgimento del paradigma culturale imposto dall’epoca dei tiranni, il punto decisivo della rivoluzione. Le avanguardie di piazza Tahrir hanno già dimostrato infatti di essere consapevoli che le loro società devono superare le vecchie dicotomie Islam-democrazia, Oriente-Occidente, libertà-tradizione. Per essere una vera rivoluzione quella araba deve cambiare l’economia e per farlo deve cominciare cambiando la cultura.



Quando Nasser coniò lo slogan “nessuna voce si levi sopra la voce della battaglia” creò il paradigma dispotico: lui pensava alla battaglia contro i colonizzatori, ma presto quella battaglia sarebbe diventata la battaglia contro la modernità, che detto in termini chiari è un sistema di relazioni interpersonali basato sul rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. E’ questo il paradigma che la rivoluzione araba ha messo in discussione e che ora vuole sconfiggere, ripartendo da piazza Tahrir.



E’ lecito essere ottimisti? La domanda per quanto stucchevole è legittima e nonostante tutto rimango convinto che il pessimismo ha già dimostrato di non essere del tutto giustificato. Quella che abbiamo chiamato “seconda rivoluzione egiziana” e che forse è solo il proseguimento della prima, la presa di coscienza di sé, lo ha dimostrato. Ora i giovani e i ceti medi non possono che andare avanti e la loro marcia inevitabilmente punterà sull’Arabia Saudita. Per l’intanto passerà per Damasco, tappa importantissima per liberare quello che è stato il Levante dalle tenebre assadiane. Il mondo arabo ha bisogno di una nuova “nahda”, una nuova “rinascita”, come quella che i regimi, complice l’Occidente, assassinarono a metà del Novecento. E senza il Levante quello spirito non può tornare, per la complessità delle società del Levante e per la sua posizione geografica. L’ottimismo è sempre difficile, è più facile essere pessimisti. Ma la storia corre in Africa e nel “mondo arabo” (che non è solo arabo), quasi volesse recuperare il tempo perduto. E la Tunisia dimostra che i nostri parametri, islamisti contro laici, sono vetusti. Il partito di Ghannuchi ha scelto quello turco come modello, ha vinto, ha scelto un alleato socialista e non ci poteva essere inizio migliore. E dentro la Fratellanza Musulmana egiziana ci sono tra gli altri due o tre Ghannuchi che sarebbe da irresponsabili non vedere. Sì, l’avvicinarsi del primo anniversario della Primavera consente di attenderlo con un cauto ottimismo. L’inverno è più vicino al regno delle tenere, l’Arabia Saudita. Se i giovani di piazza Tahrir andranno avanti i tombini del deserto diventeranno presto l’incubo anche dei principi della casa dei Saud.