Orhan Pamuk e la primavera araba

Rileggere oggi "Istanbul", il libro del premio Nobel, può rivelarsi essenziale per capire le rivolte arabe. E scoprire il peso della tristezza araba. [Riccardo Cristiano]

Riccardo Cristiano 24 luglio 2012
[b]di Riccardo Cristiano[/b]



Stava ormai per scoccare il 1890 quando il giornalista Ahmet Resim, accreditato dal suo giornale presso la sala stampa della Sublime Porta, venne convocato niente di meno che dal gran ciambellano. Terrorrizato il giovane Ahmet si senti' strapazzare e minacciare ben bene, finché non capì che tutto era frutto di un equivoco. Il suo giornale ospitava in prima un ricordo di un poeta deceduto il giorno prima, riportando un suo verso: "ma non verrà prima o poi la primavera?" Ahmet Resim chiarì che lui non c'entrava niente, e portò a casa invece delle scudisciate i dolcetti del gran ciambellano.



Ai grandi libri capita, può capitare. Gli autori li scrivono per un motivo, ma noi li possiamo leggere magari dopo anni e scoprirne un'attualità imprevedibile, tutta nuova. Così leggere oggi "Istanbul" si rivela fondamentale non solo per chi voglia capire la citta del premio Nobel turco, ma anche per chi voglia riuscire a farsi un'idea di cosa sia la primavera araba, quale sia il suo problema di fondo. Pur essendo vero che Pamuk non parla degli arabi e ha scritto questo libro molto prima che cominciasse la primavera.



Parlando della sua Istanbul Pamuk ci spiega benissimo in cosa consista quella che definisce la tristezza, la malinconia intrinseca, esistenziale, della città e dei suoi abitanti. E' la perdita del proprio passato, che non solo è tale ma è stato di colpo cancellato, dichiarato nullo. La condanna della cultura ottomana decretata dal padre della Turchia moderna ha comportato infinite riduzioni, a cominciare proprio dall'identità della città simbolo, Istanbul: qui si è obbligato a non capire più il passato urbano, scritto dagli ottomani in arabo, obbligando tutti a non conoscere e non studiare l'arabo; quindi i documenti del passato anche recente sono diventati presto illeggibili. E si è giunti cosi agli odierni nipoti che non sanno decifrare le firme dei nonni.



Ma il nazionalismo alla Ataturk ha comportato anche altre e peggiori rinunce; a cominciare dal 50% della popolazione urbana, che non era turca e riempiva la città di altri idiomi. Dopo secoli sono scomparsi anche quelli, lasciando Istanbul solo turca. Per conseguire questo sono stati necessari pogrom feroci e orditi da loro, dai nazionalisti già al potere. Quindi anche la dimensione cosmopolita di Istanbul doveva scomparire, e Pamuk lo spiega benissimo, parlandoci dei tanti articoli che esaltavano il carattere turco di Istanbul dimenticando le vecchie immagini universali della città, tipo la moschea blu o Santa Sofia, e soffermandosi sui nuovi quartieri, poveri magari, ma profondamente "turchi".



Tutto questo ha reso per decenni gli abitanti della città "tristi", perché consapevoli che il passato era finito e il nuovo era sinonimo di solitudine; nella storia e quindi nella vita. La follia ataturkiana aveva un'illusione feroce e imposta con la violenza: occidentalizzare i turchi. Ecco gli abiti nuovi, obbligatoriamente europei, ecco l'alfabeto nuovo, ovviamente europeo, ecco la nuova élite, fatta di ricconi come quell'intellettuale di grido che ogni giorno doveva andare a spendere una cifra al bar dell' Hilton, l'unico in città dove riuscisse a sentirsi in Occidente.



"L'entusiasmo laico della Repubblica di Ataturk conferiva un aspetto moderno e occidentale che poteva essere interpretato come una sorta di mancanza di principi, svogliatezza o lontananza da ogni forma di religiosità, perciò questa pigrizia dell'anima brillava talvolta della fiamma dell'idealismo, che nei momenti necessari si metteva orgogliosamente in evidenza. Poiché niente colmò il vuoto della religione, il panorama spirituale della famiglia era desolato coperti di felci e ruderi rimasti dalle demolizioni e dagli spietati incendi delle vecchie case signorili di legno."



Il ritratto del prodotto nazionalista non è finito; Pamuk dopo questo ritratto interiore ne traccia anche quelli politico: "La borghesia occidentalizzata di Istanbul ha sostenuto tutti gli interventi militari di Ankara negli ultimi quarant'anni (il libro è di dieci anni fa,ndr) e anche l'intromissione dell'esercito nella politica, non per respingere gli attacchi della sinistra - una sinistra così forte in Turchia non c'è mai stata - ma per timore che che le classi povere e ricchi provinciali, facendo della religione un bandiera, potessero unirsi contro il lor stile di vita".



E' strano constatare come delle aberrazioni dei nazionalismi diffusisi come metastasi in tutti i territori che furono ottomani non si parla, e se lo si fa lo si fa quasi per elogiarli. Nazionalismi militaristi, noi diremmo fascisti, che si sono combattuti e accavallati in quello spazio che fu ottomano, da Sarajevo ad Atene a Tirana a tutto il mondo arabo. Hanno inventato la pulizia etnica, usato le armi chimiche contro le loro popolazioni, usato la religione, cercato di sradicarla, cancellato il passato, per inventare nell'orrore "l'uomo nuovo". Ma questi tiranni occidentalisti o anti occidentalisti, comunque nazionalisti, sono riusciti solo in un'impresa, quella che ci indica Pamuk, creare l'uomo intrinsecamente triste. Città, paesi, intrisi di tristezza, contro la quale è arrivata la Primavera, che sarà per questo motivo anche la fine del fondamentalismo.



[url"[GotoHome_Torna alla home]"]http://www.globalist.it/[/url]