L'American Power guarda all'Asia. Bye Europa

Nonostante le affermazioni di relativo declino, gli Stati Uniti non hanno ancora rivali in termini di potere e di influenza. Le temute minacce transnazionali 2013. [Ennio Remondino]

Ennio Remondino 17 gennaio 2013
[b]di Ennio Remondino[/b]



[b]La Nato nel Mediterraneo, a noi il resto del mondo.[/b] Medio Oriente e Nord Africa, le regioni più instabili del mondo oggi e nel prossimo futuro, prevedono gli Usa. Siria, Israele, Iran, Libia e Mali danno loro ragione. Ma tocca all'Europa sbrigarsela con proprie armi e soldi e la semplice sorveglianza di comando e di intelligence Usa. Previsti terrorismo, criminalità transnazionale, proliferazione delle armi chimiche, biologiche o nucleari, cyber- attacchi, pirateria, controversie di navigazione, crisi umanitarie, e atrocità di massa. Ma gli interessi strategici statunitensi del terzo millennio stanno altrove. Militarmente, la sfida per gli Stati Uniti è quella di riequilibrare le sue forze in Asia senza apparire provocatoria per la Cina. Con un problema degli alleati storici nella regione, come il Giappone e le Filippine, che hanno ora gravi dispute territoriali proprio con la Cina.



[b]Guerre stellari.[/b] Scenari planetari sconvolgenti da parte degli analisti di geo-politica negli Stati Uniti. Non più -o non solo- minacce di conflitti convenzionali ma terrorismo, criminalità transnazionale, proliferazione delle armi chimiche, biologiche o nucleari, cyber- attacchi, pirateria, controversie di navigazione, crisi umanitarie, e atrocità di massa. Volatilità continua in Medio Oriente e Nord Africa, le regioni più instabili del mondo. «La realizzazione da parte dell'Iran di armi nucleari continua a rappresentare una grave minaccia per la regione. Nel frattempo, la crisi in Egitto, Libia e Siria, sembrano destinate a continuare e potenzialmente ad estendersi ad altri paesi della regione con analoghe dinamiche socio-politiche». Lo sostiene Janine Davidson, Assistant Professor alla School of Public Policy alla George Mason University di Arlington.



[b]Chi è il vero nemico?[/b] Le varie risposte a queste crisi internazionali, secondo Janine Davidson, rivelano quanto sia difficile per la comunità internazionale intervenire nei confronti di una opposizione disorganizzata, le cui tendenze politiche a lungo termine, la sua coerenza globale e competenza, è in discussione. Sembra il disegno della Siria. «Tuttavia -prosegue l'analista statunitense- data la minaccia di molte crisi umanitarie già in atto e il potenziale per l'uso o la proliferazione delle armi di distruzione di massa, Stati Uniti e alleati europei continueranno a trovarsi impegnati su diversi fronti». E quindi lo “sceriffo” militare statunitense e alleati atlantici (Nato) dovrà rimanere in postazione nelle regioni di maggior crisi e in Europa, rimanendo in grado di impegnarsi quando richiesto. Nessuna previsione di parziale disarmo, la sostanza.



[b]Reti criminali e attori non statali.[/b] Pirati, ribelli, terroristi, trafficanti e criminali informatici continueranno a disturbare la stabilità globale nei prossimi decenni. Questi "cattivi attori" operano nella zona grigia tra ciò che tradizionalmente consideriamo "crimine" e quella che definiamo "guerra". Infatti, sostiene l'analista, questa organizzazioni sanno esattamente dove esistono le lacune giuridiche, istituzionali e culturali, che sanno attivamente sfruttare. I pirati al largo del Corno d'Africa, per esempio. Sanno che non sono né possono essere bersaglio di marine militari come combattenti, né facilmente processati in un tribunale particolare come criminali. Come spiega il Comandante supremo alleato della Nato, l'ammiraglio Stavridis, la pirateria ora costa un «dieci miliardi di dollari-anno nella discontinuità nel sistema di trasporto globale».



[b]Gli strumenti di contrasto.[/b] I trafficanti di droga, di esseri umani e di armi, allo stesso modo, sono diventati più sofisticati nella loro logistica e nelle tattiche. Sono diventati meglio armati della polizia, ma sono ancora classificati come criminali e quindi off limits per l'impegno militare. Nel frattempo, i terroristi transnazionali, insieme con i cyber-criminali, sono in grado di sfruttare le strutture legali e reti lecite per facilitare le loro attività illecite. Affrontare questo divario tra il crimine e la guerra a livello locale, nazionale e internazionale, richiede nuovi modi di pensare all'applicazione della legge e delle attività militari e su come le nostre istituzioni internazionali debbono rendersi in grado di adattarsi a questa minaccia. «Il programma di droni mirati usato dal presidente Obama contro al-Qaeda è una risposta al problema», (molto discutibile, [i]NdR[/i]).



[b]Etica e legalità. [/b]I droni assassini sarebbero dunque -analisi accademica- un approccio “tecnico” per affrontare e dare risposta a questo enigma, ma a costi elevatissimi. I critici -noi tra questi- chiedono valutazioni etiche e legali, oltre a chiedersi se la scelta dell'assassinio mirato si rivelerà alla distanza strategicamente efficace. Affrontare la minaccia del terrorismo transnazionale che continua a sfidare gli Stati Uniti -afferma la stessa analista- deve trovare il giusto equilibrio tra il mantenimento della sicurezza dei suoi cittadini e la fedeltà ai propri valori. Anche prima delle elezioni presidenziali di novembre, i funzionari dell'amministrazione Obama hanno dichiarato che la campagna dei droni sarebbe rimasta una caratteristica permanente della campagna anti terrorismo della Casa Bianca. Confermata dalla creazione di una vasta rete di piccole basi aeree in posizioni strategiche.



[b]Alleati militari cercansi.[/b] «Investimenti irregolari nel settore della difesa tra i partner e alleati degli Stati Uniti», denuncia l'analista. «Preparazione militare, prevenzione e risposta a queste minacce alla sicurezza richiedono sforzi multilaterali ben coordinati», è l'affermazione successiva. Perché, anche se in grado di rispondere unilateralmente se necessario, gli Stati Uniti continueranno a cercare alleati. In Asia -ci viene rivelato- gli alleati stanno crescendo ma sono ancora lontani da una operatività utile agli Stati Uniti. Il rafforzamento del partenariato militare con l'Australia vedrà fino a 2500 marines a rotazione allenarsi con le loro controparti e, auspicabilmente -parole dell'analista- con quelle di altri paesi della regione ed è progettato per migliorare questa efficienza. Versione politica corrente: «interoperabilità negli aiuti umanitari e risposta alle catastrofi».



[b]Tagli alle spese militari.[/b] Nel frattempo, una riduzione degli investimenti militari da parte di molti alleati, in particolare quelli della Nato, è considerata preoccupante. «Gli Stati Uniti continueranno a sollecitare i loro alleati a "tenere il passo"». La polemica italiana sull'investimento miliardario per i nuovi cacciabombardieri F35 ne è un esempio e l'imbarazzo del governo Monti. Dati i vincoli economici che molti paesi europei debbono affrontare, c'è chi, negli Usa, propone di prendere in considerazione di cambiare le modalità per sviluppare le capacità militari condivise, «al fine di garantire la loro sicurezza collettiva». Ed ecco lo schema: gli Stati Uniti sono in grado di fornire funzionalità di “fascia alta”, ma hanno bisogno di altri a sostenere gli investimenti per «controllo e sistemi di comunicazione, informatica, fusione intelligenza e out-of- area missioni».



[b]Asse Asia-Pacifico. [/b]Guardando al lungo termine, gli Stati Uniti -ci viene spiegato- «cercano di riaffermare il loro impegno per l'Asia-Pacifico. L'ascesa della Cina ha generato ansia tra i paesi della regione e una maggiore preoccupazione per il potenziale di conflitto. Le dispute territoriali del Sud e dell'Est dei mari della Cina minacciano di aumentare, e le provocazioni della Corea del Nord continua ad alzare la posta. Nel frattempo, la regione, che ha goduto di oltre 70 anni di pace, sottoscritto in gran parte dalla consistente presenza militare americana, è cresciuto in modo esponenziale per forza economica e influenza globale». Quindi? Riequilibrare, riconosce la crescente importanza economica della regione, sembra di capire, cercando di far coincidere gli interessi degli Stati Uniti con quei paesi, in particolare la Cina. Meno Europa più Asia.



[b]Sindrome cinese. [/b]Militarmente, la sfida per gli Stati Uniti è quella di riequilibrare le sue forze in Asia senza apparire provocatoria per la Cina. Delicatezza necessaria per una regione che vede un terzo del traffico commerciale marittimo del mondo, ma che -fa il tifo l'analista- manca di pratica e di strutture per far fronte in modo cooperativo a minacce come la pirateria, il traffico, o disastri naturali dovuti ai cambiamenti climatici. Ed ecco che la presenza marittima statunitense diventa così “umanitaria”, come certe guerre. «Sostenere i paesi della regione nella gestione di tali minacce, in quanto tali, mentre la sua presenza militare anche essere progettato per rispondere alle diverse libertà di minacce di navigazione, in particolare nei principali punti di soffocamento, come il Stretto di Malacca». Con la Cina che deve essere in qualche modo coinvolta e fatta partecipe.



[b]E i vecchi amici?[/b] Problema da risolvere. Gli alleati storici degli americani nella regione, come il Giappone e le Filippine, che hanno dispute territoriali con la Cina. «La presenza degli Stati Uniti e la politica avrà bisogno di trovare un delicato equilibrio tra la garanzia e la provocazione per evitare gli stessi tipi di conflitto che il riequilibrio mira ad evitare», riconosce l'analista. «Data la posizione dominante dell'America nel mondo, il paese ha l'opportunità unica di guidare gli sforzi di una nuova azione multilaterale su problemi specifici, nonché attraverso i tradizionali istituzioni internazionali. Tale multilateralismo cooperativo non sarà solo condividere l'onere della sicurezza planetaria in tempi di crisi economica, ma riconoscere che le minacce transnazionali alla sicurezza chiedono una reazione globale». Quindi, leadership americana a garanzia del futuro è la risposta scontata.



Anche i più ingenui di noi non avevano dubbi.