In Afghanistan si produce sempre più oppio

Dodici anni dopo la caduta dei talebani, il paese verso una produzione record dell'oppio. Secondo un rapporto dell'Onu l'Afghanistan è il primo produttore al mondo.

redazione 16 aprile 2013
da Londra

[b]Francesca Marretta[/b]


La produzione di oppio in Afghanistan è aumentata negli ultimi tre anni. Il livello attuale supera quello dell’era talebana. Lo dice un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato oggi dal titolo “Afghanistan Opium Risk Assessment 2013”. Il trend non è uguale in tutto il paese, che si conferma primo produttore mondiale della coltura da cui si produce eroina.



Tra le zone in cui si registra l’incremento delle aree destinate alla coltivazione di oppio figurano Helmand e Kandahar, in cui sono presenti forze britanniche e Usa. Secondo il rapporto anche aree in cui non esistono queste colture, come Balkh, Faryab e Takhar, sono destinate alla “conversione” dei raccolti.



L’indagine di Unodc, (United Nations Office on Drugs and Crime) attribuisce l’aumento della produzione di oppio al profitto competitivo della coltura in un paese in cui non esistono alternative migliori. Allo stesso tempo il rapporto evidenzia però che i prezzi quest’anno sono più bassi degli anni scorsi, ma più alti di quanto lo fossero tra il 2005 e 2009.


Analizzando i dati si osserva un incremento tendenziale delle aree di coltivazione, mentre l’andamento dei prezzi negli ultimi tre anni si sviluppa a serpente: nel 2010 l’oppio afghano costava tra i 60 e gli 85 dollari al chilo, nel 2011 tra i 300 e il 600 dollari, mentre l’oscillazione tra il 2012 e inizio 2013 è tra 160 e 440 dollari al chilo.



Esponenti di Ong che lavorano coi contadini afghani su progetti per la produzione di colture alternative all’oppio sostengono che il problema principale sia l’accesso ai mercati, che resta proibitivo, almeno se comparato agli oppiacei.
Non è certo contro i contadini afghani che si può puntare il dito per questa situazione, ma al fallimento delle politiche adottate (o non adottate) per affrontare il problema. Una responsabilità che ricade in primis sul governo di Kabul, ma che allo stesso tempo evidenza il fallimento, almeno nelle zone in cui la produzione di oppio è aumentata, dell’azione svolta dalla macchina di assistenza internazionale.


Le strategie di stop alla produzione di oppio messe in piedi negli anni scorsi hanno avuto l’effetto di rendere i contadini afghani schiavi dei signori della guerra, che oggi ancora lucrano sull’incremento della produzione di oppio di cui parla il rapporto Onu.
Quando le colture oppiacee sono state distrutte i contadini si sono trovati con debiti fino al collo da ripagare alla malavita afghana. Vittime di questa situazione sono state le figlie dei produttori “consegnate” a criminali e trafficanti come spose o schiave per saldare i debiti. Sul fenomeno è stato realizzato un film dal titolo “Opium-brides”.


Già nel 2008 un rapporto di Iom (International Organization for Migration) parlava della pratica del “debt marriage” legato alla produzione e al traffico di sostanze oppiacee. Nello stesso anno il Presidente Hamid Karzai, sostenuto dalla Comunità internazionale ma non riconosciuto come un leader credibile da molta parte della popolazione afghana, che guarda al governo di Kabul come la testa del pesce da cui derivano i soprusi e la corruzione dilaganti nel paese, condannava l’uso di ragazze come merce di scambio tra contadini e trafficanti. A parole Karzai è bravo, i fatti però gli sbattono in faccia che sulla produzione di oppio, con tutte le conseguenze del caso, ha fallito nel modo più totale. Sarà anche perché secondo alcune stime la produzione di oppio in Afghanistan conta tra il 15 e il 20 per cento del Pil?.



Il budget statale afghano si regge sopratutto grazie agli aiuti internazionali (o meglio su quello che resta da quanto finisce in mazzette a tutti i livelli). Dopo il 2014 quando buona parte dei contingenti esteri lascerà il paese vi sarà una diminuzione della portata dell’intervento finanziario estero.



I talebani, cui è aperto un dialogo per un futuro assetto del paese, sono forti, come i criminali, nelle zone di produzione oppiacea. Non c’è da meravigliarsi. L’oppio è stato sempre una fonte di finanziamento per i conflitti in questa parte di mondo. Nel 2011 sempre l’Unodc stimava intorno ai 700 milioni di dollari il profitto intascato dai talebani grazie all’oppio, cifra di gran lunga inferiore a quella destinata ai trafficanti.


“Se non si agisce subito l’Afghanistan rischia di trasformarsi in un narco-Stato” (ma non lo è già, almeno per quasi un quarto del Pil?) ha dichiarato commentando il rapporto Unodc la numero due della stessa agenzia Onu per l’Afghanistan Ashita Mittal, che ha aggiunto: “Il tempo non è dalla nostra parte”. Se è così Kronos è anche meno dalla parte dei milioni di Afghani, e sopratutto di afghane, che speravano in un paese migliore alla caduta dei Taleabni. Non possiamo stupirci se non ci ringraziano.

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