Il ricordo di Salvador Allende, un presidente visionario

Ricordando un uomo politico che ha fatto la storia del Novecento. A pochi giorni dal drammatico 11 settembre che ci riporta alla mente il golpe in Cile.

redazione 11 settembre 2018

di Tino Tellini


A Marzo del 1997 ero a Cuba, mi trovavo a L'Havana, a " La Bodeguita del Medio", il locale dove lo scrittore Hernest Hemingway si prendeva delle colossale sbronze a Cuba Libre, Dajquiri e Mojito. Noi turisti deficienti per questa emozione pagavamo 5 dollari a bicchiere, un terzo di uno stipendio di un impiegato postale cubano, un sesto di quello di un medico. Già dal primo momento pensai che per questo i camerieri ed i gestori del locale, rigorosamente statale, ci prendessero per dei pazzi. Poi ne ebbi la conferma, ma non è questo il punto. D'improvviso mi girai alla mia destra: in una parete colorata del locale, piena di firme entusiaste di avventori sprovveduti, campeggiava una foto di Salvator Allende in camicia bianca che rideva insieme a Fidel Castro, durante una sua visita a Cuba. Era il Dicembre del 1972, Allende era presidente del Cile, eletto democraticamente dal popolo il 4 Dicembre del 1970 e successivamente deposto dal golpe di Pinochet, ordito in collaborazione con la Cia, l'11 Settembre del 1973. Proprio avanti ieri, nell'anniversario di quel misfatto in cui Allende perse anche la vita, mi è ritornata in mente quella foto celebre, in cui erano immortalati questi due grandi personaggi della storia.


Fidel Castro, comunista, e Salvador Allende, socialista, erano diversi fra loro ma avevano soprattutto una cosa in comune: entrambi furono convinti all'inizio della loro esperienza di governo che l'uomo potesse costruire un paradiso in terra attraverso la rivoluzione, che avvenne con le armi a Cuba e con la democrazia in Cile. Castro però capi' da subito che non era possibile e che in America Latina se non fai alleanze e non hai protettori potenti finisci nelle fauci degli Stati Uniti, che allora comandavano e comandano quasi dappertutto, come in Messico, Perù, Colombia e Brasile, dove attraverso Ministri e Presidenti corrotti a suon di dollari rubavano di tutto, lo lavoravano e glielo rivendevano (e rivendono) a peso d'oro: petrolio, rame, nichel e diamanti. Uno dei pochi Paesi a ribellarsi è stata la stessa Cuba di Castro, poi venne tanti anni dopo il Venezuela di Chavez, la cui Amministrazione voleva interrompere questo ciclo vizioso, guadagnandosi sul campo l'odio di Bush e di tutti i suoi successori, quasi al pari del suo mentore Fidel, che gli americani tentarono di assassinare centinaia di volte.


Pensavo che fra il socialista Allende ed il comunista Castro a vivere di utopie fosse il secondo. Mi sbagliavo clamorosamente. Il vero visionario invece era il primo: medico, coltissimo e soprattutto convinto che il popolo cileno ce la potesse fare da solo, senza l'aiuto di nessuno, nemmeno della Russia, che per 30 anni invece protesse Cuba con successo.


Appena salito al potere Allende fece un'ardita riforma agraria, nazionalizzò le banche e soprattutto nazionalizzò le miniere di rame, di proprietà delle statunitensi Kennecot e Anaconda. Uno sgarbo non tollerabile per gli Yankees. Il Presidente cileno inoltre pensava che si potesse andare d'accordo con il clero, poichè nel suo governo aveva inglobato anche dei cattolici progressisti. Altro errore. Le alte gerarchie ecclesiastiche cilene erano tutto fuorchè progressiste, anzi, assieme a quelle argentine, erano fra le più conservatrici del globo e perciò decisamente ostili alla sua politica. In più il Presidente credeva nella neutralità delle Forze Armate, che erano in realtà un covo di vipere fasciste, compreso uno dei suoi più fedeli collaboratori, che sarebbe diventato il suo carnefice: il generale Augusto Pinochet.


Quante volte il pragmatico Fidel ed altri lo misero in guardia da questa situazione, me lo dissero tante volte dei miei vecchi amici cubani e l'ho letto diverse volte anche in questi giorni. Il Leader Maximo stravedeva per il Presidente cileno, ne ammirava il suo straordinario coraggio ed il suo candore rivoluzionario non violento. Allende però non lo ascoltò a dovere, procedette da solo, senza amici potenti ma ingombranti come i sovietici. Accadde quindi l'inevitabile.


Gli Stati Uniti dell'allora Presidente Nixon e del Segretario di Stato Kissinger, che odiavano Fidel e allo stesso tempo consideravano Allende un debole pericoloso, che avrebbe potuto allearsi con Cuba e con l'Unione Sovietica, riversarono una valanga di soldi alle opposizioni, ai militari infedeli ed al clero cileno, quest'ultimo spaventato ancora di più per il taglio di fondi alle scuole cattoliche private.


A guidare la mattanza venne incaricato dai servizi segreti americani della Cia il generale Augusto Pinochet. L'11 Settembre del 1973 l'esercito dei traditori entrò a Santiago, facendo irruzione nel palazzo presidenziale della Moneda. Allende e la sua guardia opposero una resistenza disperata. Il Presidente sparò col suo mitra Ak 64, poi si uccise, anche se lo scrittore Gabriel Garcia Marquez affermò che venne colpito a morte dai militari nel suo ufficio, ipotesi anch'essa credibile. La dittatura del generale Pinochet durò fino al 1990 e fu una delle più feroci e vergognose della storia moderna.


Ad ogni modo, ucciso o suicidato combattendo, il sangue nobile di Salvator Allende sgorga ancora copioso e copre di vergogna tutti coloro che contribuirono alla sua caduta e alla sua morte: la Cia, gli Stati Uniti, l'opposizione cilena di allora, i Paesi Occidentali complici, come l'Inghilterra della Thatcher, la prima a riconoscere il governo del generale Pinochet, difeso immoralmente dagli inglesi in qualsiasi circostanza. Ma fu complice anche il Vaticano, che appoggiò inoltre tutte le più terribili dittature Sudamericane di quei tempi, compresa quella argentina, col Nunzio Apostolico, il Cardinale italiano Pio Laghi, che giocava a tennis ogni mattina col capo dei golpisti argentini: il noto macellaio fascista gen. Rafael Videla. Ma mentre queste istituzioni, queste persone e questi Governi col passare degli anni si sono ricoperti di infamia e di disonore la stella del visionario e non violento Salvator Allende è diventata sempre più alta nel firmamento della storia e della politica.


Quel medico raffinato, diventato Presidente cileno, era un uomo straordinario. Fu vittima della sua utopia e del suo scarso realismo, diventando un martire della libertà e della democrazia, vittima dell'oppressione e dell'onnipotenza americana. Mi piace ricordarlo con le sue ultime frasi, che pronunciò prima di morire " Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano, ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento. »