Chirurgia plastica mediatica sulla pelle delle vittime innocenti

Venticinque anni fa cominciavano i bombardamenti sull'Iraq. Da allora la guerra, in tutte le sue declinazioni e fandonie, non si è mai fermata. Terrore e poteri. [Antonio Cipriani]

Iraq, offensiva anti-Isis: foto di civili

Iraq, offensiva anti-Isis: foto di civili

Antonio Cipriani 17 gennaio 2016

Venticinque anni fa, il 17 gennaio del 1991, cominciarono i bombardamenti della prima Guerra del Golfo. Simbolicamente è la data d’inizio di una serie di eventi bellici che ancora oggi proseguono e che non possono interrompersi perché contengono nel proprio nucleo determinante una filosofia di dominio, economico-militare, che si regge sull’idea di guerra infinita. Un modello di ingiustizia planetaria difendibile solo con le armi, laddove l’accumulo infinito di risorse divarica ingiustizie, rende i ricchi più ricchi e i poveri più poveri e disarticola l’idea della sovranità nazionale a vantaggio di una divinità dogmatica quindi indiscutibile come quella dei mercati.


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Ecco perché, a distanza di 25 anni, siamo qui a parlare di un evento efferato che ha spalancato le porte a un terrore senza quartiere, pagato dai cittadini sul terreno dell’insicurezza e della declinazione repressiva sul piano interno. E pagato dai poveri di tutto il mondo. Perché alla fine di ogni analisi, di ogni slogan o ragionevole dubbio, sono i poveri a morire nelle guerre. Nei luoghi dove le bombe devastano, dove uccide l’embargo, dove si crepa per mano di dittatori criminali o di altri fantasmi evocati dall’Occidente; o durante la fuga da quelle bombe, dalla schiavitù e dalla fame, in una traversata disperata in mare, nelle mani degli aguzzini mafiosi che si arricchiscono con i disperati alla ricerca di futuro, nelle città occidentali dove esplodono i kamikaze, dove il terrorismo scoppia improvviso.


Il 17 gennaio di venticinque anni fa, quando gli americani e i loro alleati rovesciarono sull’Iraq una valanga di bombe atroci in diretta televisiva, mentre nei giornali si osservava con stupore quel videogioco di tecnologie belliche, era chiaro che l’entusiasmo mediatico per la chirurgia guerriera nascondesse per il presente e per il futuro una serie di nefandezze.


 


Solo il futuro scrive la storia dei popoli. E i giorni che abbiamo attraversato da quel 17 gennaio a oggi ci hanno mostrato la chirurgia plastica di certe guerre mediatiche, capaci di traghettare il mondo in un sistema che Bush padre l’11 settembre del 1990, prima ancora di sparare un solo petardo contro gli iracheni, aveva definito: nuovo ordine mondiale. Roba da complottisti, direte: 11 settembre, nuovo ordine mondiale… Mah, senza avventurarsi in campi minati, basta ricordare i fatti. E questi sono solo i fatti. Con la prima guerra del Golfo, usando le stesse parole di Colin Powell, Washington segnò ”una nuova strategia della sicurezza nazionale e una strategia militare per sostenerla”. Parole semplici e significative per capire: sicurezza nazionale americana / strategia militare di tutto l’ambaradan occidentale per difenderla. Come definireste questo passaggio storico se non guerra asimmetrica per gli interessi di una piccola parte del pianeta?


In Iraq furono mandati 750mila soldati. In un mese e mezzo ci furono 110mila bombardamenti a opera della coalizione di cui facevano parte oltre agli americani anche i britannici, francesi, italiani, greci, spagnoli, portoghesi, belgi, olandesi, danesi, norvegesi e canadesi. L’Italia per la prima volta dalla Liberazione entrò in guerra, violando apertamente i principi della Costituzione. Principi che negli ultimi 25 anni sono stati violati ripetutamente. Non solo sangue di vittime civili innocenti sotto le bombe occidentali, anche vittime nei mesi successivi a causa di un embargo che causò la morte di quasi milione di persone. Uno studio dell'Unicef ha reso noto che tra il 1991 e il 1998 sono morti 500.000 bambini iracheni di età inferiore ai cinque anni. Scrive il giornalista e analista John Pilger: “Un reporter televisivo americano chiese a Madeleine Albright, allora ambasciatore degli Stati Uniti all'Onu: valeva la pena pagare un prezzo così alto? Albright rispose: pensiamo ne sia valsa la pena". Altre testimonianze, riportando le frasi di Pilger: “Carne Ross, ufficiale britannico responsabile per le sanzioni, noto come Mr. Iraq, nel 2007 disse a un comitato parlamentare: i governi degli Stati Uniti e del Regno Unito hanno negato all'intera popolazione i mezzi per la sopravvivenza. Quando intervistai Carne Ross tre anni più tardi, era consumato dal rammarico e dal pentimento. Mi vergogno, disse. Oggi è una delle rare persone che dice la verità su come i governi ingannano e come i media compiacenti giochino un ruolo fondamentale nella diffusione e nel mantenimento dell'inganno: davamo in pasto (ai giornalisti, ndr) fatti inventati di intelligence edulcorata, continuò, oppure li tenevamo fuori del tutto".


 


Chirurgia plastica mediatica, sulla pelle delle vittime innocenti. E non che sia accaduto qualcosa di diverso nella altre cosiddette operazioni umanitarie. Guerre raccontate da un giornalismo embedded su media in ginocchioni, rese virtuali dalla sproporzione mediatica messa in campo: Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011. Siria dal 2013. Dopo tanti anni possiamo dire che la guerra infinita ha due aspetti che la rendono feroce e inquietante: la tecnologia senza limiti e l’apparato mediatico-informativo che crea una costante narrazione tossica. A uso dei cittadini che sono tenuti fuori dalle decisioni, esclusi dalla conoscenza, imboccati con fandonie dal primo all’ultimo momento. Senza una sola possibilità che cresca una coscienza. In una costruzione della realtà xenofoba e fascista, utile a militarizzare ogni aspetto della vita democratica con azioni repressive giustificate ogni volta con la ferocia simbolica e mediatica dei cattivi di turno. Il frutto marcio di tutto questo ordine mondiale, che si basa sul disordine controllato in alcune parti del pianeta, è quello che viviamo ogni giorno. Quello che leggiamo e non capiamo. Quello che vediamo, brutale e simbolico, e non capiamo. Le immagini dei bambini che scappano dai luoghi che le guerre hanno devastate, e non capiamo.


Perché questo è il mistero: noi un tempo capivamo e ci battevamo, ora non capiamo. Ci scorre il racconto davanti agli occhi e ne percepiamo l’orrore, il disagio, la rabbia. Percepiamo sentimenti attraverso il filtro mediatico, ma non comprendiamo che cosa vogliano davvero significare. Perché ci hanno spinti a dimenticare le parole giuste e le azioni giuste per conoscere e accendere spirito critico e coscienza. In un frullatore emozionale che ci indica come per un riflesso condizionato quando rabbrividire e dove, su che cosa piangere e in quanti minuti/giorni/settimane dimenticare tutto. Lasciare che la memoria sparisca, che le belle bandiere non sventolino più. E con loro i bei sogni di un mondo più giusto, con diritti e giustizia sociale per tutti, non solo protezione per pochi e miseria – in tutte le sue declinazioni – per tutti gli altri.


Ps. Secondo studi recenti dell'Oxfam l’1% della popolazione mondiale è più ricco del 99% del resto del mondo. Solo 62 persone possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione più povera, mentre solo 6 anni fa erano 388. E si pensava che per riequilibrare la giustizia sociale si dovesse lavorare per redistribuire ricchezze e possibilità. Ecco perché il nuovo ordine si deve per forza basare sulle armi e sulla guerra. Ce lo insegna la storia, solo con le armi si difendono i privilegi dell'ingiustizia sociale.