Il business del rifugiato in Macedonia

Sono sempre più frequenti i casi in cui vengono scoperti i giri d’affari costruiti attorno al viaggio dei migranti in fuga dalle guerre mediorientali.

Il business del rifugiato in Macedonia
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20 Febbraio 2016 - 08.52


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Le cancellerie occidentali studiano misure di respingimento, i Paesi della rotta balcanica seguono a catena i nuovi provvedimenti e chiudono i confini: se la crisi migratoria non fa dormire sonni tranquilli ai leader della politica europea, c’è chi invece ha trovato il modo di far fruttare una situazione ormai al di là dei limiti dell’emergenza umanitaria. La realtà quotidiana che sta attorno all’enorme flusso migratorio mostra in Macedonia un giro d’affari che paradossalmente va a vantaggio non solo di alcune categorie professionali ma di importanti parti del sistema economico nazionale. A scoprire gli interessi attorno al “business dell’immigrato” è stata l’ultima protesta dei tassisti macedoni, che hanno bloccato i binari della ferrovia impedendo il transito dei convogli carichi di persone dirette verso il confine con la Serbia.

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Lo scorso fine settimana ai mille rifugiati fermi al centro di accoglienza di Gevgelija non restava che passare il tempo giocando a pallone: i tassisti avevano di nuovo bloccato i binari che trasportavano i rifugiati verso la Serbia. “Resteremo qui fino a che qualche ministro, il sindaco o la polizia non ci diranno che cosa ne sarà di noi”, spiega un tassista macedone al reporter di “Deutsche Welle”. I tassisti sono fra le categorie che più hanno guadagnato dall’arrivo in massa dei rifugiati che cercavano una via verso l’Europa occidentale. La diretta concorrenza è rappresentata, per loro, dalle Ferrovie dello Stato macedoni, che hanno deciso di prendersi carico dei migranti che viaggiano ad una media di 3.000 unità al giorno. Per ogni viaggiatore le Ferrovie hanno deciso di applicare un prezzo fisso di circa 25 euro per arrivare fino al confine con la Serbia. Il costo è uguale per tutti, compresi bambini e anziani come spiega Merisha Smajlovic, volontaria di un’organizzazione umanitaria locale.

“Il prezzo è uguale per tutti, non importa l’età – dice – e questa è la cosa per me più preoccupante. Recentemente ho seguito i rifugiati nel loro viaggio in treno: indossavo una sciarpa e la polizia non mi ha notata. Ho visto con i miei occhi che i bambini dovevano pagare il prezzo pieno del biglietto”. Alla vigilia dello scoppio della crisi migratoria le Ferrovie macedoni erano in perdita, e la tratta da Gevgelija, al confine con la Grecia, fino a Tabanovac, nei pressi della frontiera serba, era frequentata da meno di dieci persone al giorno. Nel periodo fra l’estate e l’autunno dell’anno scorso, in piena emergenza migratoria, le Ferrovie macedoni hanno registrato entrate pari a circa 100.000 euro al giorno. I prezzi sono parallelamente cresciuti in maniera praticamente costante: all’inizio della crisi migratoria il viaggio costava 7 euro, e poco dopo il prezzo è passato a 10 per poi arrivare man mano ai 25 euro attuali.

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“Le Ferrovie – dice ancora la Smajlovic – sono responsabili del fatto che i treni sono carichi all’inverosimile. Non si fermano mai, e nessuno può controllare il flusso”. Fuori dalla stazione restano i tassisti ad aspettare, perché per una persona che guadagna in media 100-150 euro al mese, spiegano, un viaggio fino al confine serbo è un’occasione che non va sprecata. Alcuni hanno perfino organizzato dei pulmini per raccogliere più viaggiatori possibili, ma non sono loro gli unici, dicono, ad approfittare della situazione. Alla stazione ferroviaria di Gevgelija si è infatti radunata una piccola folla di venditori di sigarette e commercianti al dettaglio pronti a rifornire di cibo, bibite e schede telefoniche i migranti della rotta balcanica. Leen viene dalla Siria, e definisce delle vere e proprie “rapine” il commercio attorno alla stazione: “Tutto è caro, almeno 5 volte più dei prezzi medi fuori di qui, e quando arriveremo in Germania non avremo neppure un euro in tasca”. Sicuramente il viaggio si farà più complicato per Leen e non solo per gli euro spesi lungo il tragitto verso Berlino, visto l’inasprimento delle misure da parte di Austria e Germania, e di conseguenza dei Paesi balcanici.

Nelle corse ore il governo di Zagabria ha rispedito alla frontiera serba oltre 200 persone perché classificate come “migranti per ragioni economiche”. La decisione segue a cascata a quella della Slovenia e prima ancora dell’Austria, la quale ha optato per un giro di vite sugli ingressi nel suo territorio anche se “in modo graduale”. Secondo gli accordi, spetta ora alla Serbia ricacciare indietro i migranti respinti al di là del confine macedone per non diventare, come dichiarato dal ministro dell’Interno Stefanovic, “un enorme centro di raccolta”. Il viaggio a ritroso potrebbe diventare un colpo mortale per le ristrette risorse finanziarie dei migranti, mentre per gli “affaristi” della crisi migratoria potrebbe presentarsi un doppio, inaspettato guadagno.

(Fonti: Deutsche Welle – Seebiz – agenzie)

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