Isis, il residuo ancestrale e il futuro del mondo

Riflessioni sull'uso mediatico della violenza da parte del fondamentalismo islamico che ha bisogno dell'esistenza di un nemico e dell'appoggio di un dio. [Nicolò Doveri]

Isis, il residuo ancestrale e il futuro del mondo
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6 Dicembre 2015 - 23.40


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di Nicolò Doveri

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Questo scritto nasce dalla visione sconcertante [url”di un video diffuso da Isis”]http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=82174&typeb=0&caccia-all-ostaggio-video-dell-isis-con-sei-bambini-boia[/url] in cui alcuni pre-adolescenti, seguendo un rituale agghiacciante sapientemente organizzato in funzione di una rappresentazione cinematografica, uccidono barbaramente alcuni giovani prigionieri accusati di tradimento.

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Lo scopo dello scritto è in primo luogo contrastare la paralisi del pensiero riflessivo che le immagini presentate producono e contenere l’effetto traumatico che questo materiale intende ottenere.
La seconda finalità è quella di fornire un contributo alla comprensione di fenomeni indicibili attraverso l’uso di strumenti concettuali che ci vengono offerti dalla psicologia junghiana, in particolare dalla teoria degli archetipi dell’inconscio collettivo.

Il video esordisce con una figura scura posta di spalle, di cui non vediamo il volto, che siede di fronte al monitor di un personal computer. Lo zoom della telecamera inquadra progressivamente lo schermo, mentre l’operatore seleziona dal file manager un contenuto audiovisivo.
Da questo spaccato di contemporaneità che sottolinea la dimensione tecnologica e la destrezza nell’uso dei mezzi informatici, ci troviamo catapultati dal mouse-click in uno scenario desertico, arcaico, come se in una frazione di secondo avessimo compiuto un viaggio a ritroso nel tempo.

La scena si apre su una vallata brulla dominata dai ruderi di un’antica costruzione di dimensioni monumentali (un palazzo, un caravanserraglio, un mausoleo?).

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All’interno delle mura perimetrali si apre un dedalo di corridoi ed anfratti, sprofondati nell’oscurità e nel silenzio dei secoli.

Si tratta di un vero e proprio labirinto che, tuttavia, non nasconde al proprio interno il mitico Minotauro, bensì alcuni giovani medio-orientali semi narcotizzati e collocati in alcuni punti della struttura, come le poste di una caccia al tesoro. Giacciono inermi ed annichiliti, rassegnati e privi di volontà.

Il silenzio è rotto dalle urla di alcuni adolescenti che corrono eccitati e minacciosi come giovani lupi.

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A questo punto, lo spettatore realizza impietrito l’impianto narrativo di ciò che sin qui ha osservato in preda allo spaesamento. Ogni giovane ha un’arma (una pistola, un coltello, …) e naturalmente il suo bersaglio. Stiamo assistendo ad un rito di iniziazione ancestrale, realizzato a turni individuali, che richiede a ragazzini di 11-12 anni di inoltrarsi “eroicamente” nelle profondità del palazzo diroccato, superare difficoltà e tenebre, per giungere finalmente a scovare la vittima sacrificale e porre fine alla vita della stessa.

I giovani corrono concitati, urlano e sparano, come se davvero potessero trovarsi di fronte da un momento all’altro ad una creatura mostruosa proveniente dalle viscere della terra. Quando si trovano in prossimità del nemico, prima che avvenga l’esecuzione, si apre un riquadro video, in cui i morituri confessano presumibilmente le terribili colpe di cui si sono macchiati. Poi, è la morte.
L’ultimo ragazzino impegnato in questo rituale violento, rappresentato secondo gli schemi estetici e narrativi di un film d’azione (o ancor meglio di un video-gioco di sterminio), riconsegna l’arma sanguinante ad un adulto che laconicamente esprime soddisfazione e conferma.

Nello “spazio scenico” che abbiamo cercato di descrivere, si dipana una storia ambigua che, da una parte, sembra affondare nei primordi dell’umanità ed evocare simbologie arcaiche e, nel contempo, si declina secondo una logica mediatica ipermoderna, con lo scopo nascosto di ottenere un risultato che sta oltre la descrizione puntuale dei fatti.

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E’ un ibrido inquietante, perché induce a credere che si tratti del prodotto di menti immerse naturalmente nella “violenza del sacro”, a cui però non è estranea l’astuzia manipolatoria del “profano”.

In quali codici culturali appare inscriversi la prima linea narrativa, cioè quella espressa in forma “mito-logica”?

Per prima cosa, esistono i Nemici. Essi non sono soltanto antagonisti di un collettivo umano, ma prima di tutto nemici di dio.

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Come tali, su di essi si abbatte la vendetta divina, attraverso la mano dell’uomo che da esso trae forza e legittimazione.

L’azione contro il nemico è condotta da Eroi che pongono la propria vita al servizio di dio e non temono la morte. La propria morte, inclusa nel disegno trascendente, è un evento insignificante.
Il nemico è annientato, svuotato di contenuto e di dignità. La sua fine restituisce valore a dio, segna ed afferma la rinascita del Senso (la verità).

Per seconda cosa, in ragione del Senso, esiste l’Iniziazione. Esiste una meta verso cui condurre le nuove generazioni ed esiste un rito attraverso il quale ad esse si trasferiscono taumaturgicamente i valori di verità. Il contatto col sangue del nemico è un atto fondante che re-incarna l’individuo nell’orizzonte della verità naturale e astorica.

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La seconda linea narrativa si muove in direzione diversa. Sembra comunicarci che il destino dell’occidente è ormai quello di rimanere impigliati nella prima scena, tra i pixel dello schermo del computer; cioè nel recinto logico proprio del prodotto culturale che più di tutti simbolizza la separazione inguaribile tra la rappresentazione e la realtà, la sostanza ed il suo analogo.

La violenza mediatica che promana dal video sembra affermare: “continuate a nutrirvi di apparenze, guardate gli action-movie e appassionatevi ai giochi di ruolo che simulano la realtà e alimentano le passioni virtuali sino all’estrema decadenza e all’assoluta sterilità: noi, invece, queste cose le faremo davvero“.

Ciò che Isis sembra voler significare è che noi siamo già morti e i nostri figli – educati e non iniziati – non avranno futuro: non resta che consegnarsi ordinatamente al nulla.

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Se l’analisi compiuta è verosimile, la ricomposizione delle due linee semantiche descritte ci porta ad affermare che anche il fondamentalismo islamico è un prodotto del disincanto e della relativizzazione che hanno percorso la cultura del novecento e mutato i processi di costruzione del senso. La risposta che da esso giunge è tuttavia orientata alla negazione dell’emergente e alla restaurazione ipocrita della mitologia patriarcale, in assenza di visione democratica e sentimento/diritto di uguaglianza. La “proposta” è in definitiva quella di lasciarsi sedurre da una fantasia di appartenenza assoluta che per sopravvivere ha bisogno dell’esistenza di un nemico e dell’appoggio di un dio. Ma ciò non è più un’evidenza neanche per Isis: è una maschera.

La psicologia analitica insegna che in ogni individuo esistono forze istintive che non solo muovono il comportamento in maniera cieca ed unilaterale ma filtrano la rappresentazione della realtà secondo rigide linee di significato.

Mi pare che uno scopo della pratica analitica sia quello di riconoscere tali contenuti primigeni e promuovere il confronto con una coscienza che vive all’interno della storia e continuamente rinnova l’esigenza (la responsabilità) di adattarsi al nuovo conservando intatta la domanda di senso.

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Forse è questa parte di noi che mi ha suggerito di non restare in me stesso ammutolito e provare ad articolare un discorso con le parole che conosco, aldilà della violenza.

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