Ankara nel caos, la questione curda infiamma la Turchia

Il giorno dopo il più grave attentato della storia turca, migliaia di persone, fra cui soprattutto curdi sostenitori dell’Hdp, hanno ripreso a manifestare contro il governo.<br>

Ankara nel caos, la questione curda infiamma la Turchia
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14 Ottobre 2015 - 10.05


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A poche ore dall’attentato terroristico più grave della storia turca – il cui tragico bilancio è salito a 128 morti e 508 feriti (di cui 65 gravi) – migliaia di persone si sono riversate lungo le arterie centrali di Ankara per commemorare le vittime della strage di sabato e riprendere le proteste contro il presidente Recep Tayyip Erdoğan e il governo di Ahmet Davutoğlu. E ovviamente i manifestanti che hanno partecipato domenica al corteo diretto a piazza Sihhiye, vicinissima al luogo dove sono esplose le due bombe, erano perlopiù sostenitori dell’Hdp (il principale partito curdo della Turchia che a giugno ha ottenuto un incredibile successo elettorale divenendo la terza formazione politica del Paese) guidati appunto dai due leader del movimento Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag. Non sono peraltro mancati tafferugli fra i dimostranti e le forze dell’ordine, che inizialmente volevano impedire loro di depositare i fiori sul luogo del massacro, allontanandoli ricorrendo alla forza e ai gas lacrimogeni. Soltanto dopo un’ora abbondante gli agenti hanno deciso di permettere a una piccola pattuglia di manifestanti di avvicinarsi al luogo dell’esplosione.

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Nel frattempo, la polizia turca continua a seguire la pista che porta al coinvolgimento dell’Isis: stando al quotidiano Haberturk, che cita fonti interne alle forze dell’ordine, l’attentato sarebbe dunque stato organizzato ed eseguito da una cellula dell’Isis (Stato Islamico) situata nella provincia sudorientale turca di Adiyaman. Addirittura la strage sarebbe stata compiuta dal fratello maggiore dell’attentatore suicida di Suruc, dove lo scorso venti luglio persero la vita 33 attivisti filo-curdi. Del resto, è proprio a causa di tale attentato che sono scoppiate nuovamente – dopo una tregua cominciata nel 2013 che aveva concluso un conflitto durato circa trenta anni – gli scontri fra l’esercito turco e gli attivisti curdi del Pkk, il gruppo militare che combatte per l’ampliamento dei diritti della minoranza curda. A ogni modo, non sono pochi gli attivisti e i leader politici curdi convinti che l’attentato sia stato messo in atto proprio dai servizi segreti turchi e dell’ala ultra-nazionalista del Paese.

E domenica Orhan Pamuk, Premio nobel per la letteratura e il più importante scrittore turco vivente, ha ferocemente attaccato Erdogan in un’intervista rilasciata al quotidiano italiano La Repubblica. “Fino a solo tre mesi fa questo Paese ha vissuto un periodo di relativa pace. E il Presidente Tayyip Erdogan era riuscito a intavolare – ha spiegato Pamuk – un negoziato con il Pkk dopo i lunghi decenni di guerra fra esercito e guerriglieri. E, in un primo momento, questo tentativo è andato bene. Ma poi la sconfitta di Erdogan alle elezioni di giugno ha fatto deragliare tutto. Non era riuscito a convincere i curdi, i quali non si sono fidati di dargli i voti per arrivare al suo progetto di Repubblica presidenziale. Così, per ironia, ha perso proprio i voti dei curdi, che nelle urne gli sono mancati in maniera decisiva. Inoltre la sconfitta elettorale ha fatto arrabbiare Erdogan. Lui puntava a rifare un esecutivo monocolore, composto dal suo solo partito e non voleva quindi una coalizione di governo. Così è stato deciso di tornare nuovamente a votare il 1 novembre prossimo. Però non soddisfatti di come vanno le cose, governo ed esercito hanno stabilito di ricominciare la guerra contro il movimento curdo”.

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(Francesco Caponio)

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