Signorsì a Washington: i diktat Usa al premier serbo

Il viaggio di Aleksandar Vucic a Washington è stato presentato dai media nazionali come un trionfo, ma il premier serbo ha dovuto ingoiare una lunga serie di diktat.<br>

Signorsì a Washington: i diktat Usa al premier serbo
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21 Settembre 2015 - 19.42


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L’ultima visita del primo ministro Aleksandar Vucic
negli USA
, a dispetto degli annunci sensazionalistici e degli esaltati commenti apparsi sui media serbi, non è andata troppo bene, anzi in in realtà è andata molto vicina al fiasco. Ed il filmato premier serbo in attesa da solo sul prato di fronte alla Casa Bianca per giorni è servito come tema inesauribile per beffe sui “social networks”.

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Tutto sommato, questa volta Vucic si era preparato molto meglio e aveva portato a Washington alcuni doni concreti , sotto forma del nuovo pacchetto di accordi con Bruxelles, oltre ad un mucchio di encomi della UE per la politica filantropica nei confronti dei migranti (più l’atteggiamento da samaritano e le affermazioni concilianti seguite all’attacco contro di lui in Srebrenica), così come non meno importante per gli americani era il primo verdetto giudiziario per l’ incendio dell’ ambasciata Usa seguito delle proteste nel febbraio 2008.

 
Questo sforzo non è rimasto inosservato ma non è nemmeno stato elogiato dal padroni di casa, che hanno trascurato di mettere qualche pietra politica e diplomatica in più nella capace borsa dell’ ospite. Così, l’ambasciatore degli Stati Uniti a Belgrado, Michael Kirby, insieme con gli elogi per le sentenze sull’ l’attacco all’ ambasciata americana, ha sottolineato che era necessario “stabilire chi è stato responsabile del fatto che la polizia avesse abbandonato la protezione di sicurezza degli edifici appartenenti alle ambasciate di Stati Uniti, Germania e Croazia durante le manifestazioni del 2008, in modo che questo caso possa essere finalmente chiuso “.  In altre parole, ha detto che gli Stati Uniti non si accontentano dei “pesci piccoli” nèdegli autori immediati, ovvero teppisti appassionati di calcio.

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 In particolare, poi, Kirby ha sottolineato che i temi della visita di Vucic sarebbero stati “il percorso della Serbia verso l’Unione europea, lo sviluppo delle imprese ed il caso del
fratelli Bytiqy “. Inoltre, anche questo l’ambasciatore non lo ha menzionato, non vi è alcun dubbio a Vucic è stato chiesto anche un distacco ancora più specifico da Milorad Dodik e dalle ambizioni di indipendenza della Republika Srpska di Bosnia, nonché un allontanamento ulteriore dalla Russia.
 
Per via del loro carattere, e del fatto che rappresentano lo Stato più potente del mondo, agli americani non piacciono soluzioni a metà strada e, soprattutto non la pretesa politica balcanica – tranne quando è per uso interno, vale a dire, come nel caso di Vucic, una sfilata per vendere più facilmente storie all’opinione pubblica locale. Come Stalin chiese una volta a Tito, Washington ora chiede a Vucic piena obbedienza e collaborazione nell’ implementazione degli interessi americani e della politica euro-atlantica nella Regione. Tenendo presente, però, che oggi i russi,come una volta l’Occidente, sarebbero probabilmente soddisfatti di una neutralità politico – militare, almeno parziale, che, tra l’altro dimostrerebbe anche come nel frattempo sia cambiato il perno politico mondiale.

 La realtà dunque è questa: chi è al potere in Serbia si troverà sotto una enorme pressione per fare grandi e dolorose concessioni in cambio di un guadagno politico piccolo e di solito personale.  Allora, qual’è il problema, vale a dire, cosa sta cambiando, dovè la differenza tra l’attuale governo e quello che lo ha preceduto? Soltanto nel fatto che nella realtà accade il contrario di tutto ciò che ci viene trasmesso ogni giorno dai pulpiti, ufficiali e non del regime.

A causa della sua biografia politica e del il modo in cui è arrivato al potere, Aleksandar Vucic gode semplicemente di meno fiducia rispetto agli altri, e dunque deve fare
concessioni molto più grand rispetto a quasi tutti i suoi predecessori sulla scena politica serba. Questo è allo stesso tempo sia il suo, che il nostro problema più grande.
 Vucic si è costantemente sforzato di mettersi in mostra prima con i centri di potere occidentali e poi con noi, e per sfortuna di tutti di questo handicap è stata fatta una virtù. Come se avesse sempre a che fare qualcosa, lui appare e presenta la situazione come effetto della sua volontà, sostenendo che è
nel nostro stesso interesse.Semplicemente, anche se non fosse peggiore di tutti suoi predecessori come probabilmente è, Vucic non trova nessun ostacolo alla sua smania di protagonismo , neanche in quelle centinaia di migliaia di radical-progressisti arrabbiati che , almeno nominalmente, potrebbero costituire una seria minaccia per i vari “passi coraggiosi” riguardanti l’accettazione dell’indipendenza del Kosovo ed il completamento della vendita di risorse nazionali.

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Quindi, si va disegnando ormai un’ enorme responsabilità politica e morale da parte di tutti, i cosiddetti partiti patriottici, le strutture di sicurezza ed i cosiddetti gruppi patriottici, che hanno evitato una serie di “piccoli incidenti” e partecipato attivamente alla crescita del male attuale.
Parlando ancora più francamente, se avere successo avesse significato compiacere gli americani almeno per la metà di quanto Vucic ha fatto felice Angela Merkel , senza deludere Putin e preservando gli interessi nazionali serb,, il nostro premier si sarebbe meritato un (inesistente) Premio Nobel per capacità politica e personale genialità. Al contrario, egli sarà lasciato solo con una medaglia d’oro per la demagogia e la conversione politica estrema. Non non dobbiamo illuderci, ma senza essere falsamente modesti, rispetto alle appena discipline citate, in questo la Serbia ha veramente un campione.
(Djordje Vukadinovic, Nova Srpska Politicka Misao)

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