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A Cuba quello del musicista è un buon mestiere

La musica, la musica e la danza, il ballo, sono una giostra continua, ubiqua sull’isola.

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10 Marzo 2015


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di Tano Siracusa

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Alla fine, di sera, smontano anche i negozietti di artigianato, arrotolano le pareti di plastica, portano tutto via, e le strade e le piazze ormai vuote di Trinidad esibiscono la principale attrattiva della città: il duro acciottolato in pietra che verrà solcato dagli zoccoli dei cavalli, dai risciò a pedali, da motociclette e vecchie macchine americane e camion sbuffanti un fumo nero e acre che si dirada solo nelle periferie, dove anche l’acciottolato finisce e il sentiero costeggia una piccola valle profonda, verde di sfarzosa vegetazione tropicale. E’ su questo sentiero che incontriamo Juan.

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A Cuba tutti salutano e tutti hanno voglia di parlare. Juan dice che suonerà domani in un locale importante, pieno di turisti, dalle 10 di mattina fino alle 16. Suona la tromba e ovviamente conosce diversi italiani. Ci invita nella casa che sta finendo di costruirsi da solo, con le sue mani.
Due stanzette in muratura, un piccolo bagno, il letto, un altro piccolo letto che fa da divano. Sua moglie e i suoi figli vivono a Santa Clara dove fra qualche mese li raggiungerà.

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A Cuba quello del musicista è un buon mestiere, il lavoro si trova nei contesti dove girano i cuc, la moneta convertibile che offre l’accesso ad un livello di consumo precluso alla maggioranza della popolazione.
E poi davvero la musica, la musica e la danza, il ballo, sono una giostra continua, ubiqua sull’isola. Non si suona soltanto nei locali per turisti, in pellegrinaggio nei caffè frequentati da Hemingway e da Green, ma anche nel locale accanto dove si paga in pesos e anziane prostitute si alzano e si siedono annoiate sulle sedie che non bastano, e c’è musica per l’ubriaco che non sta in piedi e il solitario seduto al tavolo che beve birra: niente mojitos qui, solo rum, birra e musica da qualche radio accesa. Oppure la musica sparata per strada da enormi casse piazzate sul marciapiedi, mentre u quello di fronte una ventina di adolescenti danza alla luce gialla dei lampioni mimando l’atto sessuale con una sensualità spontanea, disinibita, che mezzo millennio di cattolicesimo controriformista non sembra avere scalfito. Oppure basta un abito anni ’50, un marciepiede di Havana vieja e una tromba per darci dentro. Nei grandi hotel piccole formazioni jazz e orchestrine di salsa intrattengono un pubblico misto, di cubani e turisti. Non mancano ai musicisti le opportunità per campare dignitosamente.

Ma è per strada, nelle periferie dove si suona per niente, per il piacere di suonare e di danzare, di festeggiare qualcosa o qualcuno, è quando le percussioni fanno irrompere l’anima nera, africana dei cubani, che al viaggiatore europeo viene la nostalgia dei fiati, del suono stralunato della tromba.

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Juan la tira fuori dalla custodia, mostrandola come un oggetto prezioso. L’ha avuta da un amico europeo, il suo costo a Cuba è per le sue tasche proibitivo. Suona qualche pezzo, mostra il cd che ha pubblicato con il suo gruppo. Costa 5 cuc, un quarto dello stipendio di un insegnante.
Si campa anche di musica, di arte, a Cuba. Tanti pittori e gallerie, prezzi per tutte le tasche, quasi ovunque una pittura figurativa che asseconda una sorta di equivalente visivo del realismo magico e visionario dei grandi scrittori come Lima o Carpentier. Ma i loro libri costano quanto un cd ed è anche questa una traccia dell’impronta claustrofobica che il regime castrista ha imposto a un popolo vitale e libertario, frutto di un meticciato in cui la latinità ha avuto la sua parte. L’informazione stampata è interamente affidata a due giornali di partito. I canali televisivi trasmettono telenovelas, sport, e un’informazione sommaria, asfittica. Nelle poche grandi librerie non si trova un libro di Marquez o di Cortàzar, mentre la produzione editoriale su Che Guevara è diluviante.
Fra il blocco economico americano e quello politico-culturale del regime, la gente dell’isola scava nella propria storia avventurosa, nella peculiare eccentricità culturale che mescola il Che e Gesù, sensualità e cattolicesimo, povertà e allegria, ironia e solennità, e i suoi artisti liberano le immagini, i suoni, i ritmi, le parole che questa enorme compressione alimenta. Ma alla fine è la danza a esprimere i movimenti, le forme, le figure attraverso cui l’arte qui si tiene stretta alla realtà, alla vita dei corpi, alle sue pulsioni. L’allegria, la musica, il rum, la festa, l’arte non sono a Cuba un’evasione dalla realtà, ma parte profonda e forse inestirpabile della vitalità popolare.

Avana aperta, che saluta e da del tu, che non chiede l’elemosina, ma che impone ai turisti una specie di prelievo forzato, una specie di diffusa, capillare, pignola tassa sulla ricchezza. Avana come la Napoli degli anni ’50, ma senza la storta malandrineria partenopea. Qui, se gli americani arriveranno come a Napoli alla fine della guerra, non verranno spellati dagli scugnizzi, ma da chi fra i cubani ha agganciato il flusso di valuta estera o, peggio, dalle multinazionali del turismo. E comunque nessuno si fa illusioni sull’imminente arrivo dei gringos.

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Fra le vie buie di Avana, a cento metri dalla plaza vieja restaurata e sontuosamente coloniale, si accatastano fra le rovine di antichi palazzi fatiscenti le stravaganti abitazioni di chi vive di pesos. Autentici catoi e case con stanze grandi abbastanza da ospitare una formidabile auto americana. Povertà dura, che allunga le code davanti ai negozi statali: l ’arrivo degli americani, dei loro dollari, delle loro mance è per i cubani un miraggio. Obama e Raul sono lontani, i loro accordi sono fumo.
Juan ci accompagna verso il centro di Trinidad, sul sentiero buio si accendono le luci degli interni, stanze ampie e disadorne, piccoli ambienti con il tetto in lamiera dove un piccolo televisore è sempre acceso.
Davanti un’abitazione si raccoglie un gruppo di persone, dentro suonano e ballano una rumba indiavolata. Qualcuno allunga nel buio un bicchierino di rum.

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