Lezione di diritto internazionale per l’Ambasciatore dell’Armenia
Spett.le Direttore,
scriviamo questa lettera, di cui chiediamo la pubblicazione, in risposta all’insensata nota dell’Ambasciatore dell’Armenia Sargis Ghazaryan, pubblicata su Globalist lo scorso 19 Novembre, a causa della cui ignoranza siamo costretti ad intervenire.
Innanzi tutto l’Ambasciatore dell’Armenia fa più volte riferimento ad una situazione di conflitto tra Armenia, Azerbaigian e Nagorno-Karabakh, e parla del Nagorno-Karabakh come se si trattasse di un’entità legale. Siamo costretti a rammentare che non esiste nessuna entità statale del Nagorno-Karabakh. Il conflitto in corso è esclusivamente tra Armenia ed Azerbaigian. Il Nagorno-Karabakh infatti è un territorio appartenete all’Azerbaigian, e vorremmo ricordare all’Ambasciatore dell’Armenia che nessuno stato, neppure la stessa Armenia, ne ha riconosciuto una natura indipendente. Lo stesso Parlamento dell’Armenia il 12 novembre 2014 con l’80% dei membri ha votato contro il riconoscimento del Nagorno-Karabakh, e per questo gli sforzi dell’Ambasciatore dell’Armenia di presentarlo come stato indipendente risultano inutili. Si tratta di un’entità illegale fondata nei territori dell`Azerbaigian occupati dalle forze armate dell’Armenia.
L’Armenia ignora le quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n. 822, 853, 874 e 884 del 1993, che invocano il ritiro delle forze armate armene dai territori occupati, così come altri documenti dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa, dell’Unione Europea, etc. Ultima in ordine temporale la Risoluzione del Parlamento Europeo del 23 ottobre del 2013, in cui nel paragrafo 16 si dice che la risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh dovrebbe essere conforme alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ai principi fondamentali del Gruppo di Minsk dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) sanciti nella dichiarazione comune dell’Aquila del 10 luglio 2009.
A proposito dei cittadini azerbaigiani, attualmente ingiustamente sotto processo, come diramato dal nostro comunicato stampa, non possono essere giudicati da una legislazione di uno Stato che non è stato internazionalmente riconosciuto. Non ci possono essere standard europei mentre è in corso un’occupazione militare. E nessuno può essere sotto processo per aver attraversato territori tutti appartenenti al proprio Stato. Nel caso in particolare i tre civili sono stati catturati mentre, pacificamente, visitavano il distretto di Kelbajar, terra natale di uno di loro. Hasan Hasanov è stato ucciso, in circostanze ancora da chiarire, mentre Askerov e Shahbaz sono stati catturati. Kelbajar è uno dei sette distretti adiacenti al Nagorno-Karabakh, Regione dell’Azerbaigian, sotto occupazione da parte delle forze militari armene dal 1993. Questa invasione ha portato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad adottare la Risoluzione n. 822, la prima della citata serie, in cui è stato riaffermato il rispetto per la sovranità e l’integrità territoriale dell’Azerbaigian. La risoluzione prevede l’immediato ritiro delle forze armate armene dai territori occupati.
Come per i cittadini azerbaigiani catturati, è errata anche la diffusione da parte armena di informazioni sull’abbattimento di un elicottero da parte azerbaigiana. L’elicottero abbattuto il 12 novembre 2014 nei pressi del villaggio di Kengerly, nel distretto occupato di Agdam, nel Nagorno Karabakh, è stato realmente abbattuto, ma ciò che l’Ambasciatore armeno si dimentica di scrivere è che è stato abbattuto perché aveva violato lo spazio aereo azerbaigiano. L’elicottero apparteneva infatti alla base aerea n. 15 di “Erebuni”, vicino Yerevan, Repubblica dell’Armenia, ed era 70 km all’interno del territorio azerbaigiano. Un elicottero che stava minacciando i nostri territori.
Il gruppo di Minsk e varie organizzazioni internazionali hanno sottolineato come non si possa accettare lo status quo e ciò significa, spieghiamo all’Ambasciatore dell’Armenia, che l’occupazione militare da parte dell’Armenia deve aver fine. Anche in questa occasione il nostro ministero ha affermato che non accetterà altre violazioni dei nostri territori. Se forze militari andranno oltre le nostre frontiere saremo ancora costretti ad intervenire.
Forse l’Ambasciatore dell’Armenia non ha letto la risoluzione n. 853, di cui parla nella sua lettera, e per questo lo invitiamo ad un’opportuna lettura, per comprendere come la comunità internazionale si sia schierata per il ritiro delle forze militari dell’Armenia dai nostri territori e per un ripristino della nostra integrità territoriale.
Nella sua risoluzione 853 (1993), infatti, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC), che ha ribadito la sovranità e l’integrità territoriale della Repubblica dell’Azerbaigian, specificamente “condanna il sequestro del distretto di Agdam e di tutte le altre aree recentemente occupate della Repubblica dell’Azerbaigian” e “richiede immediato, completo e incondizionato ritiro delle forze di occupazione coinvolte dal distretto di Agdam e da tutte le altre aree recentemente occupate della Repubblica dell’Azerbaigian”.
Questo il link alla risoluzione: http://www.un.int/azerbaijan/userfiles/file/853.pdf
Molti sono stati i crimini commessi dall’Armenia in più di 20 anni. Ricordiamo che proprio in questi giorni è caduto l’anniversario dei 23 anni dall’abbattimento, da parte dell’Armenia, il 20 Novembre 1991, dell’elicottero “Mi-8” nel cielo nei pressi del villaggio di Karakend del distretto di Khojavend nel Nagorno-Karabakh. Sull’elicottero viaggiavano 13 funzionari governativi dell’Azerbaigian e forze di pace di Kazakistan e Russia. Nell’episodio sono morte in totale 22 persone e ciò ha bloccato i colloqui di pace in corso. Le mani di chi oggi è al potere in Armenia sono direttamente macchiate di questi crimini: l’attuale Presidente Sarkisian, infatti, era comandante delle truppe dell’Armenia in Nagorno-Karabakh e grazie a questa guerra e all’uccisione di migliaia di azerbaigiani è salito successivamente potere.
Invece di parlare fumosamente di diritti umani, l’Armenia farebbe meglio a concentrarsi sui suoi prigionieri politici:
https://www.facebook.com/events/1467504696869814/permalink/1475721999381417/
http://www.armenianrenaissance.org/event-tag/political-prisoners/
Fino all’agosto 2014, le autorità di Yerevan hanno perso quasi 50 casi giudiziari a Strasburgo. Una gran parte di questi casi sono stati depositati da attivisti dell’opposizione armeni arrestati e processati durante il governo dell’ex presidente Robert Kocharian e dopo il febbraio – marzo 2008, con il passaggio dei poteri a Serzh Sarkisian.
Sono anche molti i genitori di soldati armeni, morti nel conflitto del Nagorno-Karabakh, che stanno sollevando interrogativi su quale sia la base giuridica per il loro coinvolgimento nella Guerra e la stessa domanda è stata posta dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) al governo armeno. http://www.epress.am/en/2014/11/06/lawyer-says-armenian-citizens-serving-in-karabakh-is-based-on-non-existent-document.html
Solo su un concetto espresso dall’Ambasciatore dell’Armenia siamo d’accordo:
l’Azerbaigian ha aumentato le sue spese militari. Ciò continuerà ad avvenire finchè l’Armenia non deciderà di attuare le risoluzioni ONU e tutti i documenti internazionali che ad oggi hanno stabilito la necessità del ritiro delle forze militari dell’Armenia dai nostri territori sotto occupazione e il ripristino dell’integrità territoriale dell’Azerbaigian.
C’è da chiarire, che in proporzione, l’Armeia ha aumentato le sue espese militari più dell’Azerbaigian: il budget militare dell’Armenia è stato di 451 milioni di dollari nel 2013, con una crescita di 105 milioni di dollari se comparato al 2012 – pari al 20%. Quello azerbaigiano è aumentato del 7.7%.
Sperando di aver chiarito i dubbi sollevati, ringraziamo chi, come il vostro quotidiano on line, permette di approfondire tematiche ancora e purtroppo piuttosto sconosciute.
Globalist. La controversia tra Armenia e Azerbaigian va avanti da molti anni e, come si è visto dallo scambio di lettere, la contrapposizione è ancora forte e sentita.
Ovviamente non potrà essere Globalist a poter far qualcosa, ma da parte nostra non possiamo che auspicare il dialogo e il confronto come strumento per risolvere le controversie internazionali. Nel nostro piccolo, se sarà possibile dare un contributo in questa direzione, lo faremo volentieri.
