Ventotto morti per ora, ma sarà questo il conteggio finale? Barricate dividono Kiev, la capitale di quello che sta chiaramente diventando un paese diviso, messaggi minacciosi si incrociano tra Mosca e le capitali occidentali . Washington mette in guardia il governo di Kiev dalle “conseguenze” se lo spargimento di sangue continuasse, mentre l’Unione europea minaccia sanzioni e a sua volta la Russia accusa l’Occidente di interferenza . A chiunque della mia generazione – scrive Marcus Tanner per “Birn – sembra di trovarsi dinanzi a qualcosa che ricorda la ex Jugoslavia, i paralleli tra la traiettoria di eventi di Kiev e l’inizio del conflitto in Jugoslavia sono chiari e inquietanti.
Ogni persona ben informata sa qualcosa circa gli inizi e gli sviluppi delle guerre jugoslave : la caduta di Vukovar, i campi in Bosnia e il massacro di Srebrenica ma pochi ricordano la scala iniziale del conflitto, che fu relativamente piccola. Nella primavera del 1991, dopo che un gruppo di poliziotti serbi era stato ucciso a Borovo, in Croazia orientale, io giravo per le strade di Zagabria interrogando le persone su ciò che sarebbe accaduto dopo e chiesi ad una a una collega croata, Vesna Kesic di scoprire nomi di coloro che erano stati uccisi. Lei lo fece ma mise chiaramente in dubbio l’utilità di un esercizio simile: “Presto nessuno sarà più in grado di verificare i nomi dei morti”, predisse cupa.
Allora rimasi inorridito. Come la maggior parte stranieri, ero convinto che le guerre in Europa fossero finite per sempre nel 1945 e che l’Onu, Bruxelles, gli Stati Uniti, o gli jugoslavi avrebbero trovato un modo per disinnescare la situazione. Nulla di tutto questo è accaduto, come ben sappiamo, presto la violenza prese un ritmo tutto suo ed entro la fine del 1991, momento in cui il bilancio delle vittime era salito a migliaia, le parole di Kesic già suonavano profetiche.
Certo, la storia non si ripete e si spera che l’Ucraina non cada nello stesso terribile abisso della Jugoslavia. Fra le due situazioni esistono certo analogie ma anche importanti differenze: la Jugoslavia era una federazione , non uno stato unitario, e croati e albanesi in particolare avevano un senso molto sviluppato della propria identità e della storia nazionale, prima ancora che la Jugoslavia venisse formata, ed anche a sanguinosa guerra civile aveva imperversava in Jugoslavia il secondo conflitto mondiale aveva lasciato una lunga ombra .
Niente di tutto questo si può si applicare all’Ucraina, che ha sofferto per mano di Stalin nel 1930 e dove quasi tutti, russi, tatari e altre minoranze, si sentono ucraini in una certa misura. Tuttavia, anche se le identità etniche e confessionali dell’Ucraina sono più fluide e meno polarizzate rispetto a quelle della Jugoslavia, il divario est-ovest è evidente e altrettanto preoccupante è il modo in cui la Russia e l’Europa si stanno giocando l’Ucraina come se fossero in concorrenza, e come se fosse certo che il vincitore arriverà a godere di diritti esclusivi di proprietà.
Data la personalità ibrida del Paese (dove si parla ucraino nell’area occidentale e lingua russa a est, dove ad ovest vi sono cattolici, uniati ed ortodossi ucraini e ad est ortodossi russi) gli europei sicuramente sono stati poco saggi nell’ aver tentato di trattare l’Ucraina come paese che in grado di prendere una decisione costante a favore dell’opzione “occidentale” o “orientale”, sarebbe un po’ come chiedere a qualcuno che soffre di schizofrenia di scegliere una personalità e considerarla permanente.
Anche l’Unione europea è stata quanto meno negligente nel non essersi consultata più strettamente con la Russia sulla proposta di trattato che ha generato tante amarezze e recriminazioni: era evidente fin dall’inizio che la Russia vedeva l’accordo proposto come qualcosa di infinitamente di più importante di un semplice patto economico, e che il Cremlino lo considerava a come uno strumento per portare l’Ucraina fuori dall’orbita di Mosca e attirarla nel campo occidentale .
Forse ciò che la Russia pensa o teme potrebbe non importare tanto se avessimo parlato di Polonia o in Lettonia, altri Paesi nei quali è appena accaduto in forza della casualità storica di essere stati a lungo nell’abbraccio della Russia non vedendo l’ora di scappare ma l’Ucraina è sede di diversi milioni di russi, e di milioni di altri ucraini che vedono il mondo attraverso le stesse lenti dei russi.
In questo anno di anniversari minacciosi sarà bene ricordare che un centinaio di anni fa più o ,meno di questi tempi la Russia decise il passo fatale della mobilitazione poiché vi vide ha mortalmente compromessa dalla minaccia dell’Austria alla Serbia, Paese con il quale non aveva nemmeno una frontiera in comune. Quante probabilità ci sono oggi che la Russia semplicemente abbandoni l’Ucraina, con la quale non solo ha una lunga frontiera ma che molti russi considerano come il luogo di nascita del primo stato russo? L’Ucraina è una questione più vitale per la Russia di quanto la Serbia sia mai stata, eppure in Occidente continua la finzione in base alla quale la Russia non ha e non deve avere alcun vero ruolo nella risoluzione di questa crisi. Oggi, un gruppo di diplomatici europei sono fuori a parlare – ancora una volta – ai politici a Kiev. Ce n’è qualcuno che voglia andare anche in Russia?
Forse l’Ucraina può ancora tirarsi indietro dal baratro, anche adesso, anche dopo ventotto morti, ma già questo è un numero spaventoso. Una delle tante lezioni del conflitto jugoslavo è che una volta che i paesi iniziano a rivelarsi per come sono è difficile fermarli .
