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Ucraina, una guerra civile figlia di troppi fallimenti

Piazza Maidan è un mattatoio, con quei cadaveri straziati composti sull’asfalto, con i fuochi dei bivacchi notturni, con gli assalti per le strade. Sull'orlo del baratro.

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21 Febbraio 2014


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di Flavio Fusi

Dieci anni sono una vita. Dieci anni fa – dicembre 2004 – Piazza Maidan era un mare di bandiere arancioni. Nel gelo, un festoso accampamento di giovani arrivati da tutto il grande Paese, famiglie curiose a passeggio tra le tende, caffè affollati dove fino a notte gli studenti discutevano del futuro e delle loro speranze. Eravamo, noi giornalisti, testimoni di una pacifica rivoluzione, nella terra di Gogol e di Bulgakov, nell’antica Rus’ di Kiev, la culla della civiltà russa.

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Dieci anni, e Piazza Maidan è un mattatoio, con quei cadaveri straziati composti sull’asfalto, con i fuochi dei bivacchi notturni, con gli assalti per le strade, il sangue sulla neve, le barricate e i colpi dei cecchini dai tetti degli edifici.

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Una guerra civile è sempre figlia di un fallimento. Ma la guerra civile che oggi incombe sull’Ucraina è figlia di troppi fallimenti. Fallirono i leader della rivoluzione: il troppo debole Viktor Juscenko e la troppo ambiziosa Julia Timoshenko, che si trascinarono dietro una folla ingorda di oligarchi, che approfondirono il solco (politico e geografico) tra filo-russi e filo-occidentali, e che finirono per farsi la guerra tra loro, consegnando il Paese alla rivincita dell’uomo di Mosca.

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Ha fallito il presidente Yanucovich, che in pochi anni ha portato l’Ucraina alla bancarotta, alimentando i due grandi demoni del post-socialismo: corruzione e pulsioni autoritarie. Un grigio burocrate agli ordini del Cremlino, che ha assistito imbelle e complice all’arricchimento di pochi e all’impoverimento delle moltitudini. Secondo gli istituti di ricerca, l’Ucraina indipendente è oggi un modello di plutocrazia: governo dei ricchissimi, apparati vetero-comunisti.

Soprattutto è fallito – come sempre fallisce – l’approccio dell’Unione Europea. Davanti al popolo ucraino in cerca di un futuro, i funzionari di Bruxelles hanno sventolato il “drappo rosso” dell’adesione alla Comunità, pur sapendo che non sarebbe stato questo in nessun caso l’approdo “europeo” del grande Paese ex-sovietico. Davanti al Cremlino, l’Europa ha tradito le regole della buona diplomazia: il compromesso e la fermezza, l’attenzione costante, un progetto di futuro.

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Così, quando a Kiev i cittadini sono scesi in piazza in nome dell’ Unione e contro Mosca, Bruxelles ha messo sul piatto solo buone parole e appelli alla moderazione, mentre lo Zar Putin ha scaraventato sul tavolo 15 miliardi di dollari sonanti per il Paese asfissiato dalla crisi economica.

Oggi è forse troppo tardi. La piazza – come insegna l’esempio rovinoso della Libia e della Siria – non è più soltanto il luogo della rivolta democratica e filo-europea. Sotto le bandiere della lontana Unione si agita una costellazione di movimenti e di pulsioni contraddittorie, in cui spiccano torvamente non pochi gruppi nazionalisti e di estrema destra.

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Il futuro è buio, la guerra civile può portare alla polverizzazione e alla balcanizzazione dell’Ucraina lungo linee di frattura non omogenee. Dopo la strage, i pompieri occidentali sono al lavoro. Ma sono appunto pompieri, che arrivano a sirene spiegate quando l’incendio divampa furioso. Dieci anni fa, Yulia e Oleg si innamorarono e si sposarono nell’accampamento di tende di Piazza Maidan. Tra bandiere arancioni, piccole icone e coroncine di fiori. Davanti a una telecamera di passaggio, Yulia, sedici anni, raccontò: “lo amo tanto, e spero tanto in lui. E spero tanto nel nostro Paese…”.

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