L'abbraccio della mia Africa

Dopo tre mesi di lavoro nella Rift Valley, Sara Datturi, cooperante e narratrice, lascia l'Etiopia scrivendo questo pezzo bello e intenso. [Sara Datturi]

L'abbraccio della mia Africa
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16 Dicembre 2013 - 16.56


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di Sara Datturi

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C’era una volta l’Africa, un continente grande, immerso di magia e mistero.
Fin da piccoli lo abbiamo collegato ad animali feroci, a bimbi con pancioni grandi, alla fame, miseria, alle distese immense, savana e giungla, elefanti e giraffe, sole e cascate. Un continente eterogeneo, incantato, spossato e sfruttato da un sistema economico e politico malato, da un occidente avido, specchio di un lato d’umanità selvaggio e incastonato in un thanatos tendente all’odio e alla distruzione.

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In questi tre mesi in Etiopia ho avuto la possibilità di avvicinarmi a questo pezzettino d’Africa, di immergermi nella sua natura incontaminata, nelle sue alture verdi e nei campi gialli di grano, di scoprire una parte d’umanità creativa, instancabile, forte, piena di dignità e d’amore. Mi lascio trasportare ancora una volta da questi mini bus, taxi collettivi ognuno con un diverso interior design, con musiche che vanno dal rap selvaggio americano, alle lente note della musica ortodossa delle chiese. Ogni autista ha dato un suo tocco al pulmino, chi ci ha aggiunto pezzi di stoffa kitsch, chi ci ha messo stickers delle squadre di calcio preferite. Non sono più solo mezzi di trasporto, questi mini van sono dei cimeli d’arte e mi stupisco sempre come riescano a sfrecciare tra le vie delle città con così tante persone a bordo.

Arte che non è solo nei musei, che non si tramuta solo in dipinti o sculture, qui la creatività è parte della vita quotidiana, è una filosofia d’esistenza e di resilienza. Mi sorprendo e mi lascio trasportare da quest’umanità in cammino, frenetica, instancabile e forte. I colori energici e luminosi delle case, baracche, dei mini shops che si mischiano a quelli delle banane e dei vegetali appesi, al richiamo dei venditori ambulanti di scope e differenti cianfrusaglie. La costruzione dei palazzi, le impalcature che sembrano stare in piedi per miracolo ma che sono forti e resistenti tenute in piedi grazie ad un legname d’eucalipto sotto processo per i suoi effetti ambientali.

Acqua, vita che scorre, sudore che scende, capelli al vento.. occhi che guardano lontano.
Tanti bimbi, orgogliosi, colorati, belli. Donne e uomini che camminano, giocano e si inventano mestieri, usano le mani e danzano con la natura e il cielo.

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Contraddizioni, nuvole nere di un sistema che mira solo al profitto che mercifica l’uomo ed è lì pronto a riscattare gli scontrini a fine giornata. Che scontrini hanno gli artisti a fine giornata? Hanno lavorato per un intero giorno su una scultura, una lirica, un’opera teatrale, eppure questo sembra non interessante a nessuno. Nessuna moneta, nessuna “produzione”.
Inuguaglianze, ombre, domande che tartassano cuori e menti.

Persone instancabili alla ricerca del rischio, della voglia di scoprire ed imparare dall’altro.
Mi sento in famiglia, circondata da tante persone forti, accoglienti, profonde, capaci di lottare, creare, riutilizzare e ricercare per il bene di questo pianeta. Non solo lavoro ma una scelta di vita, un rischio e una sfida. Abbiamo una sfera d’azione in cui possiamo agire, scegliere la direzione e i modi per eseguire un certo tipo di progetto. Tanti occhi, mani segnate dal tempo e dal lavoro della terra, una dignità e una conoscenza infinita delle note e tempistiche di questo misterioso ciclo vitale. Colleghi folli e magnifici per la loro forza e capacità di guardare oltre, direttori di un’orchestra invisibile, pronti a mettersi in discussione, a giocare con la terra, il fuoco, l’acqua e l’aria per rivoltare il sistema della ricerca che è troppo spesso connesso a potere e profitto. Le rocce autoctone come mezzo e strumento per creare compost naturale e incrementare la produzione. Nessuna catena, nessuna compagnia, nessun profitto, se non per il contadino in caso dovesse funzionare. Solo training e ricerca, pilots e tanta pazienza, cura e un po’ di dolce follia.

Mi lascio immergere dai profumi e dal sole caldo di questa terra, mi faccio coccolare dal calore di questa gente che non ha paura di mostrarti l’anima, capace di leggerti il cuore e di mescolarlo insieme al tuo.

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Un grazie, un “amaseganallu” e un “galatoma” a tutte le persone che ho avuto la possibilità di incrociare, conoscere, scoprire ed abbracciare.

Persa nei loro occhi

Profondi

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Di un’esistenza

Che richiama

Avvolge

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Trema

Incostante

Ed arrabbiata ci fa

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Tornare

Indietro nel tempo

Memorie di un passato

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Che rimane

E si sente

Prigionieri di noi

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Stessi

Urla

Lacrime

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Uno sguardo

Il suo

Il tempo si perde

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Nell’atavico

Gomitolo

Del cuore

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Suo

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