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Le multinazionali del fumo intimidiscono i Paesi poveri

Con una strategia silenziosa, le major delle sigarette sono arrivate alle minacce pur di non vedere approvate le leggi anti fumo in alcuni Stati.

Le multinazionali del fumo intimidiscono i Paesi poveri

Desk3

13 Dicembre 2013 - 22.35


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Industria del tabacco contro le leggi antifumo. Un’antica diatriba con le major delle sigarette che starebbero intimidendo i Paesi più poveri per evitare l’approvazioni delle normative che ne ostacolerebbero i profitti. A portare alla luce questa battaglia ‘sotterranea’ è il New York Times, combattuta nel silenzio proprio per volere delle aziende.

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Molte società stanno avvertendo i Paesi che le loro leggi antifumo violano una serie di trattati commerciali internazionali, presentando la possibilità di costose e lunghe battaglie legali. La nuova strategia si è imposta negli ultimi anni, con la percentuale di fumatori sempre più bassa nei Paesi ricchi che ha spostato le attenzioni delle aziende su quelli in via di sviluppo. Secondo le fonti del quotidiano, sarebbero in corso solo un paio di controversie legali, visto che le aziende, di solito, discutono con i governi delle proposte di legge in tempo per fermarle.

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Per molte associazioni, l’industria del tabacco intimidisce i Paesi a medio e basso reddito per impedire che affrontino i danni provocati dal fumo. Il comportamento delle multinazionali va inoltre contro il più ampio trattato per la difesa della salute pubblica, il ‘Who Framework Convention on Tobacco Control’, firmato da più di 170 Paesi dal 2005. Più di cinque milioni di persone muoiono ogni anno per cause legate al fumo, un numero più alto delle morti provocate da Aids, malaria e tubercolosi messe insieme, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità.

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Il New York Times ha portato l’esempio della Namibia, dove nel 2010 l’Assemblea nazionale ha approvato una legge antifumo – potenzialmente una delle più dure al mondo – per contrastare soprattutto l’aumento del numero di giovani fumatrici. Subito dopo, l’industria del tabacco ha cominciato a fare pressione, accusando le autorità del Paese di aver violato gli obblighi del Paese sanciti dai trattati internazionali. A distanza di tre anni, la legge non è ancora entrata in vigore, per la paura delle autorità di dover affrontare costose battaglie legali.

Intimidazioni simili sono state rivolte anche alle autorità di Gabon, Togo e Uganda, per restare in Africa. Ma la guerra del tabacco ha toccato anche altri Paesi deboli, come l’Uruguay (il cui Pil è inferiore ai ricavi della Philip Morris), che è riuscito a portare avanti la sua battaglia grazie all’aiuto della fondazione del sindaco uscente di New York, Michael Bloomberg, e Stati ricchi come Canada e Nuova Zelanda, che hanno fermato i provvedimenti antifumo in programma. La battaglia più dura è però in corso con uin paese non povero, l’Australia, dove l’industria del tabacco ha perso una causa; ora, la Philip Morris ha fatto causa alle autorità di Canberra per aver violato un trattato con Hong Kong, dove l’azienda ha una filiale.

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Il consumo di tabacco è più che raddoppiato nei Paesi in via di sviluppo tra il 1970 e il 2000, secondo le Nazioni Unite; il maggior aumento si è avuto in Cina, poi nei Paesi africani. Nel complesso, tre fumatori su quattro ora vivono in questi Stati.

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