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Francia, è l'ora di Baghdad

Parigi punta a riempire gli spazi vuoti lasciati da Washington in Medio Oriente: pugno duro sul nucleare e armi alle petromonarchie, ora la sicurezza dell'Iraq.

Francia, è l'ora di Baghdad

Desk

25 Novembre 2013 - 14.54


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di Giorgia Grifoni

“Intervengo, dunque sono”. E’ la nuova logica della Francia che, maltrattata dalla Germania e stretta tra la crisi economica, una fallita manovra di abbassamento del debito pubblico e proteste violente per l’annuncio di un ulteriore innalzamento delle tasse, cerca di recuperare prestigio all’estero. In Medio Oriente, principalmente, ma anche nelle sue ex-colonie africane. Con una portata di interventi, finanziamenti e presenze che sta superando persino quella americana. “Più la Francia si sente inferiore economicamente, più vuole essere attiva diplomaticamente: il ricordo del grandioso passato è ancora molto popolare tra i francesi”. Parola di Dominique Moisi, consulente senior all’Istituto francese dei Affari internazionali.

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Così, dopo l’intervento lanciato in Mali lo scorso gennaio contro l’avanzata di al-Qaeda, il supporto totale a un bombardamento statunitense in Siria alla fine di agosto, un braccio di ferro con l’Iran sulla questione del nucleare che ha fatto slittare l’accordo di due settimane e una visitina in Israele per prendere le parti di Netanyahu contro il nucleare iraniano – e, al contempo, fare la voce grossa contro la colonizzazione israeliana della Palestina e della sua capitale Gerusalemme – ora François Hollande guarda ancora più a est. E offre all’Iraq armi, formazione e cooperazione di intelligence per combattere la guerra civile che sta nuovamente scoppiando a Baghdad.

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“Siamo assolutamente disposti ad aiutare l’Iraq nella lotta contro il terrorismo – ha dichiarato oggi l’ambasciatore francese a Baghdad Denys Gauer, a margine della visita di una delegazione commerciale francese in Iraq – in termini di attrezzature, formazione, intelligence e cura per i feriti”. Quello della lotta al terrorismo è “un ulteriore settore in cui siamo totalmente aperti a collaborare con le autorità irachene e a soddisfare le loro esigenze”, ha aggiunto l’inviato di Parigi, ammettendo che “l’aiuto” consisterà soprattutto nella vendita di armi.

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L’Iraq è vittima – e colpevole – di una spirale di violenza interconfessionale che, dall’inizio dell’anno ha provocato quasi 5.900 vittime, il numero più alto dalla “fine” della guerra civile nel 2008. Grazie anche al ritrovato vigore che al-Qaeda ha avuto nella vicina Siria, e complice la politica di restrizioni, discriminazioni e vendette che la minoranza sunnita subisce sotto un governo guidato da sciiti, attacchi e attentati sono all’ordine del giorno nel Paese. Il premier Nuri al-Maliki ha chiesto più volte agli americani, ritiratisi dall’Iraq solo due anni fa, di fornire assistenza e nuove tecnologie per contrastare la spirale di violenza alimentata da al-Qaeda, ma Washington sembra preoccupata da altro in questo momento.

Così Parigi non si è lasciata scappare questa nuova occasione di riempire gli spazi lasciati vuoti dagli Stati Uniti nel domino mediorientale: a cominciare dal pugno duro sulla distruzione delle scorte di uranio arricchito al 20 per cento di Teheran e sull’arresto dell’arricchimento sopra il 5 per cento – una grande vittoria del ministro degli Esteri Laurent Fabius che ora spicca sulla bozza di intesa firmata sabato scorso a Ginevra dal 5+1, Unione Europea e Iran.

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E ora mira a riempire l’Iraq di armi, cosa che sta già facendo con le petromonarchie del Golfo, sedotte e abbandonate come Israele dal riavvicinamento di Washington a Teheran: Parigi si è assicurata un contratto da 8 miliardi di dollari per la vendita agli Emirati arabi di 60 jet da combattimento Rafale. E il Qatar ne vorrebbe comprare altri 72. Soldi nelle tasche dell’economia francese disastrata, e fiori per il presidente con il più basso indice di gradimento della storia della République.

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