Il presidente del tribunale internazionale per il Libano, David Re, ha reso noto che la corte intende cominciare il dibattimento il 13 gennaio prossimo venturo. Ma la difesa ovviamente si oppone e chiede più tempo. Per prepararsi. Un compito oggettivamente difficile….
Era il 14 febbraio del 2005 quando una devastante esplosione davanti all’hotel Saint George di Beirut pose fine alla vita di Rafiq Hariri e altre 22 persone che viaggiavano con lui. Da allora un meticolosissimo lavoro di depistaggio ordito dai veri mandanti ed esecutori ed un complicatissimo lavoro di inchiesta degli inquirenti internazionali hanno prodotto da una parte tanti problemi, difficoltà, minacce, e dall’altra il rinvio a giudizio di cinque miliziani di Hezbollah. Tutti latitanti.
L’accusa si basa su dati impressionanti: con un lavoro che Hezbollah non pensava possibile (c’è voluta una telefonata imprudente fatta sulla rete pubblica) gli inquirenti hanno identificato il circuito telefonico chiuso con cui i cinque miliziani hanno pedinato, seguito, spiato Rafiq Hariri per lunghissimo tempo, comunicandosi tutti i suoi spostamenti: fino al momento esatto dell’esplosione.
Accanto a questo, come detto, un lavoro di depistaggio, prima, e intimidazione poi, nel mezzo la guerra contro Israele del 2006 e l’occupazione di Beirut. Ma l’inchiesta è proseguita e così l’intimidazione è tornata, giungendo di recente alla pubblicazione, su un giornale amico, dei nomi segretissimi dei cittadini libanesi chiamati a testimoniare.
Insomma,le hanno provato di tutte gli uomini di Hezbollah: prima hanno tentato di non far ratificare la costituzione la del tribunale internazionale dal Libano, poi hanno tentato di impedire che la giustizia locale collaborasse con le autorità internazionali, poi hanno scatenato la guerra contro Israele per coprire il loro crimine nell’unità della “nazione in guerra”. Poi hanno occupato Beirut, per imporre un uomo che li coprisse alla Presidenza della Repubblica e impedire al governo di mettere le mani sul circuito a fibre ottiche con cui pianificano le loro azioni militari in segreto. Tutto ha funzionato “solo in parte”. Il Libano non ha voltato le spalle al Tribunale Internazionale. Poi l’ultima mossa, la pubblicazione intimidatoria.
Ora, nove anni dopo quella strage dall’immenso significato politico, la giustizia intravede l’inizio del suo atto più importante: il giudizio dei cinque esecutori materiali di una carneficina eseguita da Hezbollah e ordinata dal regime siriano, o per meglio dire dal suo capo: Bashar al-Assad.
Quel giorno, il 14 febbraio del 2005, ha significato molto, moltissimo: forse è stata la festa dell’epifania del patto criminale e fratricida stipulato tra Assad e Nasrallah. La speranza è che i giudici siano più forti delle migliaia di vittime della pulizia etnica che la “terribile coppia” ha compiuto in Siria e che lo dimostrino al mondo. Un compito che non potrà fallire perché la difesa si dichiara troppo povera per potersi permettere di pagare tutti i periti necessari a portare avanti l’improba impresa.
