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Libano, ondata sequestri legata a crisi siriana

In risposta alla mancata liberazione dei libanesi rapiti in Siria dai miliziani dell'Els, i Miqdad e altri clan sciiti hanno scatenato un'ondata di sequestri di siriani in Libano.

Libano, ondata sequestri legata a crisi siriana

Desk

19 Agosto 2012 - 16.33


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di Michele Giorgio

Sono i giorni più duri per i siriani in Libano. Momenti così non li vivevano dal 2005, quando, dopo l’attentato in cui rimase ucciso l’ex premier sunnita Rafiq Hariri, in tanti furono costretti a fuggire dal paese perchè minacciati dai libanesi che accusavano Damasco di aver organizzato quell’assassinio. Mercoledì e giovedì decine di siriani sono stati sequestrati da uomini con il volto coperto, presi con la forza da negozi e cantieri. Trascinati via per essere usati come merce di scambio dal potente clan dei Miqdad deciso ad ottenere la liberazione dei libanesi sciiti rapiti in Siria dall’Esercito libero siriano (Els), la milizia dei ribelli anti-Bashar Assad.

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Tra di essi c’è anche Hassan Miqdad, un membro del clan, accusato dai ribelli siriani di essere un combattente del movimento Hezbollah, che in Siria sarebbe andato con altri 1.500 sciiti in appoggio all’esercito di Assad. I genitori del sequestrato negano con forza. Sia come sia, i ribelli siriani non rilasciano gli ostaggi libanesi e i Miqdad e altri clan sciiti non cessano i sequestri a Beirut e nella Valle della Bekaa.

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Ieri cinque operai siriani sono stati portati via da uomini armati in due diversi episodi: a Shueifat, un sobborgo meridionale di Beirut dove due di loro lavoravano in un cantiere e i rimanenti tre (rilasciati dopo qualche ora) lungo la strada che collega Beirut con l’aeroporto internazionale. Il clan Miqdad ha fatto sapere di aver rilasciato 22 dei 31 rapiti tra mercoledì e giovedì perché «non legati all’Els» ma la crisi è ancora aperta e non riguarda solo i siriani in Libano ma anche i cittadini di altri paesi. In particolare i turchi, due dei quali sono stati sequestrati in evidente ritorsione per la politica di appoggio di Ankara all’Els. I paesi del Golfo da parte loro hanno invitato, o meglio ordinato, ai propri cittadini di lasciare immediatamente il Paese dei cedri. In risposta l’esercito libanese ha rafforzato le sue postazioni in molti quartieri di Beirut.

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Il quadro resta cupo e il premier Mikati ieri, alla vigilia della festa islamica del Fitr che chiude il mese di Ramadan, ha avvertito che «tempi molto difficili» attendono il Libano, il paese più esposto alla guerra civile siriana, e ha invitato tutti a fare il possibile per favorire l’unità nazionale. Il quadro si è fatto così incerto che il Vaticano sta valutando la possibilità di rinviare la visita di Benedetto XVI a Beirut, prevista a metà del mese prossimo. Le esortazioni di Mikati non basteranno quando, come prevedono molti, nei prossimi mesi il fronte filo-Damasco e i sostenitori dei ribelli sunniti, andranno alla resa dei conti. E tutte le fazioni si preparano per quei giorni.

Vive un momento delicato Hezbollah che, come spiega su al Akhbar la penna ruvida dell’opinionista Asad Abu Khalil, è rassegnato ad un futuro senza l’appoggio siriano e con un Iran (il suo lo sponsor principale) più isolato nella regione. Senza dubbio il Partito di Dio, forza molto organizzata, può vivere senza Bashar Assad ma deve agire con prudenza. Deve tenere conto della fragile situazione interna libanese, sapendo che presto lo schieramento filo-occidentale tornerà a chiedere il disarmo della sua guerriglia. Senza contare che prima o poi si ripresenterà la richiesta di incriminazione fatta dal Tribunale speciale per il Libano per alcuni membri di Hezbollah in apparenza coinvolti nell’attentato ad Hariri.

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Tra i bocconi amari che il movimento sciita ha dovuto ingoiare negli ultimi tempi c’è anche l’arresto dell’ex ministro Michel Samaha, amico e pezzo da novanta della politica libanese, da sempre vicino ad Assad, che, secondo l’accusa, su ordine di Damasco avrebbe complottato con un capo dei servizi di sicurezza per compiere attentati e gettare il Libano nel caos. Accuse tutte da dimostrare, tanti le ritengono infondate, ma che imbarazzano non poco il vertice di Hezbollah che tacendo sul caso lascia trasparire il timore di un effettivo coinvolgimento di Samaha.

Il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, perciò è dovuto tornare sulla scena. Ha preso le distanze dai clan sciiti responsabili dei sequestri e ribadito che Hasan Miqdad non è un membro della resistenza sciita. Più di tutto ha provato a spostare l’attenzione di nuovo sul conflitto con Israele, ricordando al governo Netanyahu, desideroso di attaccare l’Iran e alla ricerca della rivincita in Libano del sud, che Hezbollah è in grado di colpire con i suoi missili Tel Aviv. Parole rivolte a Israele ma Nasrallah ha indirettamnente avvertito gli avversari in Libano che la sua organizzazione è pronta per qualunque scenario. Nena News

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