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Il processo: i misteri irrisolti

Dopo un anno di udienze ancora nessun movente per l’omicidio di Vik. Alcuni osservatori temono la mano dei servizi segreti israeliani [Michele Giorgio]

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Redazione

13 Aprile 2012


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di Michele Giorgio

Vittorio Arrigoni venne rapito il 13 aprile dello scorso anno e ucciso tra le 23.00 del 14 aprile e l’1.00 di notte del 15. Era ancora vivo nel video girato dai suoi rapitori e messo in rete. Il volto tumefatto e sanguinante dell’attivista e giornalista italiano, mostrato dalle immagini filmate, era il risultato dei colpi durissimi che aveva ricevuto, in particolare uno inferto alla testa con il calcio di una pistola da Bilal al Omari, suo occasionale compagno di palestra, nelle prime fasi del sequestro.

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A riferire per primo questi e molti altri particolari -in anticipo sull’apertura lo scorso 8 settembre a Gaza city del processo a carico di quattro palestinesi accusati del rapimento e dell’omicidio di Vittorio- è stato Mohamed Najar, avvocato di Khader Jram, 26 anni, un giovane palestinese del campo profughi di Shate, con un incarico presso i vigili del fuoco, che ha confessato di aver seguito e riferito i movimenti di Vittorio in modo da facilitare il suo rapimento da parte di un gruppo (presunto) salafita agli ordini del 22enne giordano Abdel Rahman Breizat.

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È la verità di uno degli imputati –gli altri sono Mahmud Salfiti, 23 anni di Karama; Tarek Hasasnah, 25 anni di Shate e Amer Abu Ghoula, 25 anni di Shate- che forse non corrisponde pienamente a quanto è accaduto. Purtroppo il processo che si sta svolgendo a Gaza, dopo un anno di udienze, non è ancora arrivato al punto da mettere alle strette gli imputati sui motivi che sono dietro il rapimento e l’omicidio di un’attivista italiano che sosteneva con forza la causa palestinese e di Gaza.

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Non sono pochi quelli che, in Italia e nei Territori occupati, chiamano in causa i servizi segreti di un altro Paese, di Israele in particolare, per «l’eliminazione» di un testimone degli effetti del blocco israeliano di Gaza e della condizione dei palestinesi che vivono in quel territorio. Gli assassini, dicono i sostenitori di questa tesi, avrebbero agito, forse inconsapevolmente, per conto di una regia esterna del sequestro.

A complicare l’accertamento della verità è anche il fatto che due componenti del gruppo di rapitori, Breizat e il palestinese al Omari, considerati i «capi» della cellula salafita, non possono raccontare la loro versione. Un paio di giorni dopo il ritrovamento del corpo di Vittorio Arrigoni, rimasero uccisi in un blitz effettuato nel loro rifugio di Nusseirat da una unità scelta della polizia di Hamas.

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Secondo l’avvocato Najar «Dalle confessioni e dichiarazioni del mio assistito (Jram) e dagli altri imputati emerge che l’intento della cellula salafita legata al gruppo Tawhid wal Jihad, era quello di sequestrare un occidentale per ottenere la liberazione dello sceicco Abdel Walid al Maqdisi, arrestato da Hamas per attività sovversive». Breizat – aggiunge Najar – «era tornato a Gaza (vi era entrato la prima volta un anno e mezzo prima e vi aveva fatto ritorno grazie a documenti falsi, ndr) allo scopo di trovare un modo per liberare lo sceicco Maqdisi, suo maestro in Giordania».

Najar conclude che non era intenzione dei rapitori uccidere Vittorio Arrigoni. Tuttavia le confessioni fatte da un altro imputato, Mahmoud Salfiti, rivelano che il gruppo aveva comunque deciso, su proposta di Breizat, che in caso di mancata liberazione dello sceicco al Maqdisi l’ostaggio «sarebbe stato ucciso». La figura del giordano, descritto come freddo e calcolatore dagli altri membri della cellula, rimane un mistero e la stessa procura militare di Hamas non è stata in grado di accertare collegamenti tra Breizat e «forze esterne» interessate ad eliminare un attivista filopalestinese molto seguito come Vittorio Arrigoni. L’ipotesi però non può essere esclusa.

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