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Il processo/2: ritardi e reticenze

Gran parte delle quindici udienze svolte fin ora si sono concluse dopo pochi minuti e spesso i testimoni convocati non si sono presentati in aula. [Michele Giorgio]

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Redazione

13 Aprile 2012


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di Michele Giorgio

E’ stata travagliata sino ad oggi la vicenda giudiziaria legata all’assassinio di Vittorio Arrigoni. Se la polizia agli ordini del governo di Hamas è stata rapida nel risalire ai responsabili del rapimento e dell’uccisione dell’attivista italiano, non si può dire altrettanto delle autorità politiche e giudiziare che hanno proceduto con lentezza e tra non poche reticenze che hanno generato rabbia e qualche sospetto.
Ai funerali lo scorso aprile a Gaza city di Vittorio, il vice ministro degli esteri di Hamas, Ghazi Hamad, aveva promesso trasparenza e, più di tutto, che la famiglia Arrigoni e gli italiani sarebbero stati informati costantemente sullo svolgimento dell’inchiesta. Ciò però è accaduto in misura minima. A ciò si aggiunge il disinteresse delle autorità italiane verso il caso Arrigoni. Se da un lato è vero che l’Italia non ha rapporti con il governo di Hamas (che non riconosce), dall’altro le nostre autorità avrebbero pututo trovare vie indirette, attraverso le Nazioni Unite ad esempio, per seguire il processo e il suo svolgimento.

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La famiglia Arrigoni, rappresentata a Gaza dal Centro Palestinese per i Diritti Umani, ha ricevuto solo dopo molti mesi il fascicolo con i risultati dell’inchiesta svolta dalla procura militare (tre dei quattro imputati sono membri delle forze di sicurezza). Persino più grave è stata la mancata comunicazione della data di inizio del processo, lo scorso 8 settembre, davanti alla Corte Militare di Gaza city. La famiglia, gli amici e il quotidiano italiano Il Manifesto (che ha seguito con costanza le indagini e il processo) ne vennero a conoscenza solo attraverso «indiscrezioni». Non solo, ma il giorno del processo si apprese che a luglio e ad agosto si erano già svolte due udienze preliminari «tecniche».

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E se il processo appare regolare nelle sue procedure e rispettoso dei diritti di tutte le parti, non si può non rilevare che molte delle 15 udienze che si sono svolte sino ad oggi sono durate solo pochi minuti. I testimoni convocati dagli avvocati degli imputati il più delle volte non si sono presentati in aula, costringendo il presidente della corte a continui aggiornamenti del processo. Inoltre il dibattimento non ha ancora chiamato gli imputati a spiegare di fronte ai giudici, all’accusa, agli avvocati e al pubblico, i motivi del rapimento e dell’assassinio di Vittorio Arrigoni, un amico dichiarato della causa palestinese. Motivi che si conoscono solo attraverso le confessioni rese sotto interrogatorio dagli imputati. Da sottolineare anche che uno degli imputati, a piede libero perché accusato soltanto di favoreggiamento, non si è più presentato alle udienze.

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Tutto ciò mentre circolano voci di una sentenza già scritta: dieci anni di carcere per tre dei quattro alla sbarra. La difesa alla fine, dicono i bene informati, riuscirà a far passare la tesi che gli imputati non intendevano uccidere Vittorio ma volevano usarlo solo per uno scambio di prigionieri e che la responsabilità dell’assassinio dell’ostaggio italiano ricade su altri due membri del gruppo di rapitori (presunti salafiti), rimasti uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia. Altre voci parlano invece di una condanna a morte che però non verrebbe eseguita perchè la famiglia Arrigoni si è già pronunciata pubblicamente contro l’esecuzione degli imputati.

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