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Le geniali soluzioni di Giovanni Sartori

Un offensivo articolo di Giovanni Sartori sul Corriere riaccende la polemica sulla cittadinanza ai figli degli immigrati

Giovanni Sartori
Giovanni Sartori

Lorenzo Declich

27 Gennaio 2012 - 13.52


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Giovanni Sartori ha sempre buone idee. Per dirne una, nel 2010, pensava che per risolvere la crisi afghana non bisognava operare con la politica o la mediazione ma costruendo “una fortificazione militare che sorveglia il territorio dall’alto con i droni”.

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Ieri è tornato su uno dei suoi cavalli di battaglia, la questione dell’immigrazione.

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L’abbrivio glie lo ha dato Beppe Grillo, prodottosi qualche giorno fa nella sua peggior uscita di sempre: Beppe pensa che il tema della concessione della cittadinanza alle seconde generazioni di immigrati distolga gli italiani dai problemi veri e Sartori commenta notando che il tema è vittima di contrapposizioni ideologiche che non portano a nulla. Secondo lui la cittadinanza alle seconde generazioni non si può dare, pena un’invasione di persone e famiglie che, ancora alle terza generazione non si integrano, anzi “diventano sempre più islamiche” (anche le famiglie di Ucraini e Moldavi diventano “islamiche”, caro Giovanni?).

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Ecco l’idea: secondo Sartori non si esce dal dibattito “jus soli contro jus sanguinis” se non esplorando una una terza via: non dare la cittadinanza bensì una “residenza permanente trasferibile ai figli”.

L’unica differenza fra questa “residenza permanente trasferibile” e la cittadinanza sarebbe il diritto al voto, che nel primo caso non ci sarebbe:

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il che non mi sembra terribile a meno che i residenti in questione vogliano condizionare e controllare un Paese creando il loro partito (islamico o altro)

Bene, a parte questa “ansia da islamico” che davvero non riesco a mandar giù (sarebbe meglio, molto meglio, ragionare su sul fatto che, qui in “Occidente” siamo amici dei peggiori petromonarchi retrogradi e tradizionalisti del pianeta e che gli permettiamo di far quello che vogliono perché abbiamo bisogno dei loro soldi), io mi chiedo: davvero Sartori pensa che “gli immigrati” siano un corpo unico che vuole condizionare e controllare il nostro paese? Ha una così bassa considerazione delle istituzioni politiche e culturali del nostro paese da credere che nel giro di qualche generazione esso possa essere condizionato e controllato da un “partito islamico”? Davvero l’Italia ha una così infima capacità di dare ai propri cittadini una cultura, una base comune nel sentire? Il movimento delle seconde generazioni è una testimonianza viva del contrario, i figli degli immigrati urlano ai quattro venti “sono italiano anch’io” ma Sartori non li ascolta, evidentemente, non vuole ascoltare.

Fra i commenti più azzeccati all’articolo di Sartori c’è quello di Ezio Mauro affida a un tweet la trasmissione del proprio pensiero: “Non capisco chi si oppone allo jus soli per i figli degli immigrati. L’offerta della cittadinanza comprende regole, legalita’, democrazia”. E ha ragione: privare questi “residenti permanenti” del diritto di voto significa allevarli nel rifiuto delle regole, della legalità, della democrazia.

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Fra i più infuocati critici dell’articolo del Giovanni nazionale c’è Franco Cardini (su Europa):

sventolando lo spauracchio d’una refrattarietà degli immigrati a divenir buoni cittadini secondo i «valori etico-politici dell’Occidente» (cioè in pratica negando che l’integrazione e la vita anche politica in comune con noi possano mai condurre a nuove sintesi socioculturali, ma affermando dogmaticamente che resteranno sempre gli stessi, anzi che peggioreranno), il professor Sartori ci propone un’autodifesa dell’Occidente consistente nel congelamento delle dinamiche storiche e sociali e nella creazione permanente di un ceto di iloti o di meteci o di perieci che accettino di lavorare senza acquisire diritti e senza prospettive di poter contribuire allo sviluppo di una società che li sfrutta, li controlla ma non li accoglie; che anzi è convinta che un loro eventuale contributo civile sarebbe solo inquinante (la temuta “islamizzazione”, per esempio).

Ma Sartori fa un passo in più, un passo che genera de facto razzismo. Dice:

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Certo, se un residente viene pizzicato per strada a vendere droga, a rubare, e simili, la residenza viene cancellata e l’espulsione è automatica (senza entrare nel ginepraio, spesso allucinante, della nostra giurisprudenza).

Quindi se un sessantenne di origine –che so– senegalese con “residenza permanente”, che ha sempre vissuto in Italia, che non parla altra lingua se non l’italiano, che ha sempre pagato le tasse e così via, fosse “pizzicato” a rubare una mela al mercato verrebbe espulso automaticamente, mentre il suo omologo di “sangue” italiano, verrebbe licenziato con una reprimenda.

Che bel paese sarebbe, caro Sartori.

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(thanks ai tweet @Alessandrolanni)

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