Obama ha un nemico del cuore

La disoccupazione a tassi record preoccupa il presidente che ha già cominciato la raccolta di fondi per la campagna elettorale in vista delle elezioni di novembre 2012.

Obama ha un nemico del cuore
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2 Settembre 2011 - 09.44


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di Guido Moltedo

La macchina per la rielezione di Barack Obama è in piena carburazione. Il presidente ha già fatto un primo “assaggio” di campagna elettorale con il suo recente giro nelle aree depresse del Midwest e, in particolare, nel “suo” Illinois. La raccolta dei fondi va a gonfie vele. In tre mesi sono entrati nelle casse di Obama e in quelle del Partito democratico ottantasei milioni di dollari, una cifra che dà al presidente-candidato un notevole vantaggio rispetto a chiunque sarà il suo sfidante repubblicano.
Ma, soprattutto, incomincia a prendere forma, nel quartier generale della campagna per la rielezione, una strategia elettorale abbastanza precisa.

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Il quartier generale – conviene ricordarlo, perché la sua location è essa stessa un dato importante – si trova a Chicago, la città della formazione politica del presidente e dei suoi principali strateghi, David Axelrod in testa. Ed è la stessa città che fu la sede del cervello strategico e operativo della fortunata campagna 2008. «I simboli sono importanti in politica», spiega un uomo-chiave del team presidenziale, che ci conduce dietro le quinte di quel che si prepara nei prossimi mesi per confermare per altri quattro anni Obama alla Casa Bianca.

La strategia per la rielezione, dunque. Per anticiparne le linee fondamentali – dice il nostro autorevole interlocutore – vale la pena innanzitutto tornare proprio al 2008. Ai giorni del successo, per capire come ripetere il miracolo di allora, ma soprattutto ai giorni che seguirono, in cui i repubblicani misero in mostra la loro natura di partito totalmente in preda a un pericoloso fanatismo ideologico.

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Dopo l’euforia della vittoria, ecco la dura realtà di un’economia finita in una spirale di crisi senza precedenti. Appena eletto presidente, Barack Obama, di fronte all’emergenza di un sistema bancario al collasso, di una disoccupazione al galoppo, di un crollo dei consumi, non si aspettava di avere a che fare con un Partito repubblicano totalmente ostile all’idea di affrontare responsabilmente, con atteggiamento bipartisan, la “national emergency”.
Un’ingenuità.

Ostaggio dell’ala più estrema, la maggioranza del Gop non scartava neppure l’ipotesi di un default.
E tuttora vive in quella condizione, quel partito: la condizione del tanto peggio tanto meglio. «In politica succede che certi tratti della personalità che nella vita normale sono considerati patologici diventano virtù presso certi elettori». Obama e i suoi strateghi evidentemente non hanno preso nella dovuta considerazione questo lato della lotta politica.

In quel quadro, allora, come ancora oggi, la parte più consistente del popolo americano – il ceto medio «che pedala» – vedeva “sopra di sé” la Casa Bianca che interveniva per salvare le odiate banche – ma poteva fare diversamente? – e contemplava “sotto di sé”, con preoccupazione, l’aumento della disoccupazione e della povertà, immaginandole come una minaccia futura per la propria condizione. Su questo hanno lavorato bene i repubblicani.

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Già, né Obama né i suoi strateghi avevano messo nel conto che sarebbe mancata totalmente la sponda repubblicana su ogni «major initiative» per fronteggiare l’emergenza nazionale. Nel frattempo il presidente portava avanti la riforma sanitaria, che per quanto «altamente controversa », era necessaria non solo per i suoi connotati di giustizia sociale ma anche perché era economicamente conveniente per il paese e per le stesse imprese assicuratrici.
Un inizio difficile, per il presidente salutato come il messia, il salvatore. Poi le elezioni di medio termine, dominate sul versante repubblicano dal movimento populista del Tea Party.

Ma anche caratterizzate dallo spostamento di fette rilevanti di elettorato indipendente a destra, non per adesione alle “nuove” idee repubblicane ma perché – paradossalmente – consideravano Obama troppo di parte, per la sua incrollabile adesione al suo programma, in particolare alla riforma sanitaria.
Ma per il presidente sono stati anche anni caratterizzati da uno scenario internazionale particolarmente impegnativo e fitto di eventi «che non si potevano prevedere». Uno dopo l’altro, uno più serio dell’altro: la primavera araba, il collasso della Grecia, il terremoto in Giappone, le tensioni europee. Tutti passaggi stretti che vedono il presidente privo di quel sostegno, da parte dell’opposizione, di cui i suoi predecessori hanno sempre goduto nelle fasi critiche, al centro delle quali c’è la tutela dell’interesse nazionale.
Un’opposizione che non fa sconti, totalmente subalterna alle sue frange più estreme. Compreso Mitt Romney, uomo dell’establishment, che adesso si rimangia anche la sua riforma sanitaria (che varò da governatore del Massachusetts e che è il prototipo di quella obamiana), anch’egli condizionato dall’intransigenza dei Tea Party.

«I prossimi tre mesi saranno decisivi per capire in che contesto si combatterà la battaglia per le presidenziali 2012, sia sul fronte democratico sia sul fronte repubblicano ». Barack Obama si appresta a fare un importante discorso, dedicato al rilancio dell’occupazione grazie a investimenti infrastrutturali.
È chiaro che l’alto livello di disoccupazione – oltre il nove per cento – è il vero nemico del presidente. «Nessun presidente, da Franklin Delano Roosevelt in poi, è stato rieletto con una disoccupazione superiore al 7,2 per cento nell’Election Day», ha scritto il New York Times. Ci riuscirà Obama con livelli, a poco più di un anno dalle presidenziali, superiori a quella cifra? Il fatto è che il voto del novembre 2012 non sarà un referendum sulla presidenza, come si tende a rappresentare le prossime elezioni. Sarà una corsa a due, ovviamente, e Obama avrà di fronte il governatore del Texas, Rick Perry. Di questo sono ormai sicuri gli strateghi obamiani. E considerano questo scenario il più favorevole.

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Perry è quel che fu Howard Dean per i democratici, all’inizio delle primarie che portarono poi alla nomination di John Kerry. L’ex-governatore del Vermont era il beniamino della sinistra, che ha un peso sproporzionato nel Partito democratico nel processo di scelta del candidato presidenziale. Fu per una serie di errori clamorosi che Dean uscì dalle primarie, altrimenti, forse, ce l’avrebbe fatta a ottenere la nomination, con grande gioia dei repubblicani. Oggi, in campo repubblicano, è Perry il frontrunner.

E se Mitt Romney, che ora si è spostato a destra, può anche fare in un secondo momento delle manovre per riguadagnare il centro e gli indipendenti – essenziali per chiunque voglia vincere le elezioni – per un personaggio come Rick Perry operazioni del genere non sono possibili.
Certo, la corsa per la rielezione sarà molto «tough», molto dura per Obama, ma tutt’altro che destinata all’insuccesso, con un avversario così. Sarà una battaglia carica di ostilità che non farà che esasperare la polarizzazione in America, ed è questo un problema per un presidente che si ostina a essere un uniter.

Obama resta un idealista, ma, come si sa, il suo idealismo è temperato dal realismo. Non accetterà, anche perché non gli è congeniale, una campagna elettorale “negativa” basata sull’attacco persistente e personale nei confronti dell’avversario, ma non si comporterà come Pollyanna. Sarà comunque l’avversario stesso – Perry – e saranno i repubblicani, con le loro idee, con i loro programmi a rendere evidente la differenza tra loro e il presidente, tra loro e i democratici. Gli strateghi obamiani metteranno in luce questa differenza, come sanno fare loro, e Obama proseguirà lungo lo stesso filo narrativo che caratterizzò la precedente campagna elettorale, nonostante le circostanze cambiate e nonostante il fatto che oggi è un incumbent, mentre nel 2007-2008 era un personaggio quasi sconosciuto, un enigma. L’idea-forza resta quella di un’America unita, capace di rigenerarsi e di ritrovare in sé le energie che la rendono una nazione eccezionale.

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E chi accompagnerà Obama nella nuova sfida? Il posto di numero due è fuori discussione: nessuna ipotesi di inserimento di Hillary Clinton, nel ticket resterà Joe Biden, ottimo vice-presidente e ancora politico prezioso nella raccolta di consensi negli stati centrali e nella classe operaia bianca, anche questa volta le zone elettorali più difficili per Barack Obama.

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