Sahara occidentale, l'occupazione dimenticata

Nel silenzio internazionale il Marocco da oltre 30 anni continua ad occupare la terra del popolo Sahrawi.

Sahara occidentale, l'occupazione dimenticata
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25 Luglio 2011 - 15.32


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di Giorgia Grifoni

L’occupazione c’è. E anche gli insediamenti illegali. Ci sono, nell’ordine, il negato diritto all’autodeterminazione, le accuse di terrorismo, la lotta di liberazione, i campi profughi e lo sfruttamento delle risorse da parte dell’occupante. E non manca il muro di separazione. Sembra di essere in Palestina, ma in realtà siamo nel Sahara occidentale. Uno “Stato” che da quasi 40 anni è organizzato politicamente-in esilio- e chiede l’indipendenza dal Marocco. Ma viene ignorato dalla comunità internazionale.
In questa prolungata primavera araba in cui il Sud Sudan è riuscito ad autodeterminarsi e la Palestina andra’ a pretendere la propria indipendenza davanti alle Nazioni Unite, la situazione del Sahara occidentale non migliora. Anzi, peggiora. L’indipendenza è vincolata dal Marocco che occupa il territorio dal 1975, anno in cui il defunto re Hassan II organizzò la cosiddetta “Marcia Verde” –d’accordo con la Spagna che si stava ritirando dall’area- in cui circa 300mila suoi sudditi entrarono nel territorio dell’ex –colonia spagnola del Sahara per restarvi. Erano le “storiche provincie meridionali del Marocco” secondo il monarca, ma in realtà la Corte internazionale di Giustizia ne aveva rifiutato l’annessione un mese prima, sentenziando il diritto del popolo sahrawi all’autodeterminazione. Il Fronte Polisario, costituito nel 1973 come unico rappresentante dei sahrawi, lottò contro l’occupazione fino al 1991, proclamando nel 1976 la nascita della Repubblica araba democratica sahrawi (RADS), riconosciuta da molti paesi sudamericani,africani e dall’Unione Africana, ma non dall’ONU. Il Polisario riuscì a strappare una piccola porzione di territorio ai confini con l’Algeria e andò in esilio aldilà della frontiera, nella tendopoli algerina di Tindouf, portando con sé circa 100 mila persone. Un muro lungo circa 2700 km e corredato da campi minati divide il Sahara occupato da quello liberato dal fronte Polisario. Dal 1991, anno del cessate il fuoco, il fronte Polisario ha abbandonato la violenza per seguire le legali e infinite vie del riconoscimento internazionale. Proprio in quell’anno venne creata la Minurso (Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara occidentale), e da allora si alternano entusiastiche proposte che non trovano l’accordo delle due parti a momenti di impasse totale. Per Rabat, il referendum dovrebbe includere anche i coloni marocchini, ma il Polisario rifiuta quest’ipotesi per il carattere illegale della colonizzazione. Quando si propone un’autonomia transitoria del territorio che sfoci in un referendum allargato anche ai non saharawi, il Marocco teme per la sicurezza del proprio territorio. Ma in realtà le decisioni vengono prese al palazzo di Vetro dell’ONU, e riguardano qualcosa di molto più importante dell’autodeterminazione dei popoli.

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Il Sahara occidentale è una grande miniera di fosfati. Nei giacimenti sono presenti ingenti quantità di uranio: assieme al Marocco, formano circa l’85% delle riserve mondiali di questo tipo. Inoltre, la sua costa è una delle più pescose al mondo. Il petrolio non manca, ma i suoi giacimenti non possono essere sfruttai dal Marocco fino alla risoluzione definitiva della disputa territoriale. La Francia, che ha il potere di veto al Consiglio di sicurezza dell’ONU, è una storica sostenitrice del Marocco nel contenzioso per il Sahara occidentale. Secondo quanto sostenuto da Graham Usher in un recente articolo sul giornale egiziano Al-Ahram, “la Francia, da sempre e comunque, spalleggia il Marocco, e non tollera nessuna soluzione se non la suddetta autonomia(del Sahara occidentale, ndr). Ciò è dovuto in parte ai legami storici, essendo la Francia l’ex padrone coloniale del Marocco. Ma la ragione principale è l’interesse economico che Parigi condivide con Rabat nello sfruttamento delle risorse di un territorio ricco di fosfati, di fauna ittica per la pesca, e potenzialmente di petrolio e gas, e allo stesso modo nel tenere a bada i rivali come l’Algeria. Attraverso la Francia, il Marocco ha goduto di un diritto di veto simile a quello di cui gode Israele grazie agli USA in merito al processo di pace. E, come Israele, ha usato il blocco per inondare il territorio con circa 250.000 coloni marocchini contro i circa 150.000 nativi saharawi “. Proprio l’Algeria, il cui territorio sud-orientale è stato a lungo l’obiettivo di Rabat per completare il “Grande Marocco”, sarebbe la prima beneficiaria dell’indipendenza saharawi.

E poi ci sono i diritti umani: di attivisti saharawi imprigionati o semplicemente spariti se ne contano a centinaia. La popolazione è discriminata rispetto ai coloni marocchini nei diritti basilari quali accesso al lavoro o alla casa. Nel novembre scorso, molti saharawi si erano riuniti in un campo a Laayoune, capitale del Sahara occidentale , per protestare pacificamente contro i loro mancati diritti, tra cui quello di un referendum. La protesta si è trasformata in un bagno di sangue, con più di trenta morti e un centinaio di feriti provocati dall’esercito marocchino. Alla Minurso non è stato permesso entrare nel campo né condurre un’indagine. E la Francia, storica paladina dei diritti umani, tace sulla questione.“Come si può bombardare la Libia in nome dei diritti umani, ma non esercitare alcuna pressione in favore di tali diritti nel Sahara occidentale? “Questo è quanto si è chiesto Ahmed Boukhari, rappresentante alle Nazioni Unite del Polisario, dopo una recente seduta del Consiglio di sicurezza.

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Due pesi, due misure. Perché su Mohammad VI re del Marocco non pende un mandato di arresto come su Omar al-Bashir o su Gheddafi. Il giovane monarca è un buon alleato dell’Europa e dell’Occidente in generale, un caposaldo di stabilità per il Nord Africa. Le manifestazioni del movimento del “20 febbraio” nate in Marocco sulla scia della primavera araba hanno trovato in Mohammed VI un interlocutore più che disponibile. Dopo le prime richieste di riforma, ecco stesa una nuova Costituzione, approvata con un referendum popolare il 1 luglio scorso. Merito della revisione del codice sulla famiglia concesso dal re nel 2003, che ha migliorato lo status della donna all’interno del matrimonio, la nuova Costituzione è stata acclamata dai governanti europei e da molti sudditi, e Muhammad VI è stato riconfermato come riformatore. Uno dei principi fondamentali del nuovo testo riguarda l’identità marocchina: per la prima volta vengono riconosciute formalmente le componenti berbere e sahariane accanto a quella araba. Assieme a una lunga introduzione sulla difesa dell’integrità territoriale, queste due nuove “note” della Costituzione lasciano ben poca speranza per un immediato referendum per il Sahara occidentale.
Rabat continua a voler concedere solo un’autonomia della regione, che non contempla né il ritorno del rifugiati dalle tendopoli algerine, né un governo della RADS nel territorio, né una qualsiasi auto-gestione delle risorse. Si oppone alla pretesa del Polisario di organizzare il referendum sulla base dell’ultimo censimento del territorio, quello condotto dalla Spagna nel 1974. Ogni anno viene indetta una riunione al Consiglio di sicurezza per prorogare il mandato della Minurso, ma da tempo ormai non si parla più concretamente di un referendum. Continuano anche le riunioni informali tra Polisario e Marocco in presenza del delegato speciale delle Nazioni Unite per il Sahara occidentale, Christopher Ross: l’ultima, che si è tenuta a New York qualche giorno fa, ha decretato il rinvio della questione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il prossimo autunno. Nonostante le proteste dei delegati nigeriano e sudafricano all’ultima riunione del Consiglio di Sicurezza sulla questione, riguardo il sostegno accordato al Sud Sudan e negato al Sahara Occidentale, la situazione sembra di nuovo in stallo. Chissà che la richiesta di riconoscimento della Palestina alle Nazioni Unite il prossimo settembre non smuova qualcosa anche per il popolo saharawi.

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