A tre mesi dalla sollevazione di decine di migliaia di siriani, il regime apre la strada al “dialogo nazionale”. Lunedì l’Hotel Sheraton di Damasco ha fatto da cornice ad una riunione di circa 160 tra dissidenti e intellettuali, voluta dallo stesso presidente Bashar al-Assad e a cui hanno preso parte figure storiche del dissenso siriano: Michel Kilo, Fayez Sara, Luay Hussein, Akram al-Banni, dissidenti che hanno subito per anni torture e prigionia.
Obiettivo del meeting, almeno agli occhi degli aderenti, è una sollevazione pacifica che trasformi la Siria in un Paese libero e democratico. Nel documento finale, chiamato dai partecipanti “promessa”, sono stati posti i paletti di un’eventuale fase di pacificazione nazionale: diritto di espressione e manifestazione, rilascio dei prigionieri politici, libertà di stampa, ritorno dei rifugiati ma anche rifiuto dell’intervento esterno nelle vicende interne siriane.
Ad indicare la via per uscire dalla crisi è stato l’attivista Munzer Khaddam: “Ci sono due modi: il primo è un movimento non negoziabile verso una transizione pacifica che salvi la nostra nazione. L’alternativa è la strada verso la distruzione”. Dello stesso avviso Michel Kilo, veterano del fronte d’opposizione e anche delle carceri siriane, che ha chiamato ad una presa di responsabilità comune, passando in ogni caso per una sostituzione dell’attuale regime con un sistema democratico.
Lo stesso presidente Bashar avrebbe accettato di discutere della possibilità di modificare la costituzione e di abolire la supremazia del partito Baath, al potere da quasi 50 anni. A partire dal 10 luglio prossimo, quando si aprirà concretamente la fase del “dialogo nazionale”, il regime sarebbe disposto a mettere in discussione la famosa “clausola 8” che riconosce il partito leader sia dello Stato che della società siriana. Un annuncio che al-Assad ha girato anche al Congresso Usa, durante l’incontro di lunedì con una delegazione guidata dal parlamentare Dennis Kucinich.
Plauso anche da Anwar Bunni, noto avvocato siriano per i diritti umani, recentemente rilasciato di prigione, che ha salutato il meeting come mezzo per abbattere le divisioni politiche. Altri dissidenti hanno invece preso parte alla riunione tirando fuori tutta la loro capacità di moderazione, attenti a non pestare troppo i piedi al regime. Un’ancora di salvataggio al regime di Bashar o il tentativo di riappacificazione per salvare la Siria?
Ma non tutti si sono fidati della chiamata di Assad: alcune importanti figure del dissenso siriano hanno rinviato al mittente la richiesta di partecipare al meeting. “Il regime sta usando l’idea del dialogo per guadagnare tempo e spegnere la rabbia popolare – ha detto in una dichiarazione una coalizione di politici di centro e di sinistra – Ma non troverà interlocutori a meno che non ponga fine all’opzione militare e alla detenzione di tutti i prigionieri politici e non riconosca il diritto di protestare pacificamente senza restrizioni”.
Dello stesso avviso Aref Dalila, economista e dissidente alawita (la minoranza sciita a cui appartiene anche il presidente al-Assad) che ha rifiutato di prendere parte ad un meeting che “potrebbe essere usato dalle autorità mentre proseguono arresti e uccisioni di massa”.
E anche il popolo siriano non pare fidarsi: i comitati di coordinamento locale, rete che unisce i movimenti di protesta in tutto il Paese, ha fatto sapere che già lunedì si sono svolte marce e sit-in, da Idlib a Nord Est a Daraa, nell’estremo Sud, dal confine con la Turchia alla regione centrale di Homs. A spaventare la gente, che dopo 48 anni di regime ha saputo alzare la testa, è il tentativo non troppo occulto di salvare Bashar con un rimpasto travestito da democrazia. “I comitati di coordinamento della rivoluzione siriana – si legge nella pagina Facebook del gruppo – criticano ogni meeting o conferenza tenuti sotto l’ombrello del regime. Nessuno dovrebbe fornire nemmeno una goccia di legittimità a questo regime, a spese del sangue dei nostri martiri e della sofferenza dei prigionieri”.
Sangue che è scorso a fiumi per le strade siriane nei tre mesi di rivolte e della violenza perpetrata dalle forze di sicurezza del regime. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani sarebbero 1.342 i civili uccisi durante le proteste, a cui vanno aggiunti 342 militari. Sono invece 10.757 i siriani che hanno varcato la frontiera con la Turchia nelle ultime settimane per salvarsi dalla repressione governativa e che ora vivono in cinque tendopoli della Mezzaluna Rossa nella provincia turca di Hatay. Ma a sentire il dipartimento per le Emergenze dell’ufficio del primo ministro turco, qualche profugo torna a casa: “Tra il 27 e il 28 giugno 441 siriani che avevano varcato la frontiera con il nostro Paese hanno fatto ritorno a casa per loro volontà, mentre altri 76 sono entrati in Turchia”.
Quasi a dire che la situazione in Siria pare migliorare. Non sono dello stesso avviso le migliaia di manifestanti che hanno riempito le strade dopo il meeting di lunedì. A storcere il naso anche i gruppi di opposizione all’estero, che vedono nel meeting un modo per salvare il regime e tagliare fuori il dissenso dall’arena politica siriana: difficile fidarsi delle promesse democratiche e pluraliste di Bashar, secondo gli oppositori fuori dal Paese che accusano implicitamente i gruppi di dissenso interni di essersi fatti arruolare da un regime sanguinario.
