“La democrazia implica l’uguaglianza tra tutti i cittadini, dunque senza uguaglianza tra i sessi non c’è democrazia!”, esordisce, decisa, Tahani Madmd, marocchina, studentessa di 20 anni, militante del Movimento di contestazione 20 febbraio. E continua, “l’uguaglianza uomo-donna è molto presente nelle rivendicazioni del nostro movimento, questa è l’occasione giusta per cambiare le cose, oggi o mai più…”. “Non dobbiamo perdere questo momento in cui si discute di cambiare la Costituzione”, rincara Amin Tafnout, militante femminista.
Il Movimento dei giovani del 20 febbraio di cui parla Tahani rivendica da mesi profonde riforme politiche e sociali nel Regno del Marocco, e chiede al re di fare un passo indietro limitando i propri poteri. Nel contesto delle rivolte e dei moti che traversano diversi pesi arabi, e dopo le manifestazioni avvenute in numerose città marocchine, Mohammed IV (il 9 marzo scorso) ha annunciato riforme costituzionali che comprendono anche il rafforzamento del ruolo del Primo Ministro. Nel suo discorso, il re ha anche sostenuto che bisogna incoraggiare “l’accesso egualitario degli uomini e delle donne alle funzioni elettive”.
Una settimana dopo queste parole, una ventina di associazioni di donne ha formato una coalizione chiamata “primavera femminista per l’eguaglianza e la democrazia”, ed ha redatto un memorandum comune con il quale si chiede l’iscrizione del principio di uguaglianza uomo- donna nella nuova Costituzione, e si esige il primato delle convenzioni internazionali sulle regole nazionali.
Il diritto di voto delle donne è stato inscritto nel 1962 nella prima Costituzione del Marocco indipendente.
In realtà, malgrado l’evoluzione delle mentalità, le donne continuano ad essere marginalizzate; in politica, soprattutto nelle regioni rurali, alcuni partiti politici trattano “con sospetto” le “donne candidate”, sottolineano numerosi osservatori, e questo condiziona in maniera sfavorevole l’attegiamento degli elettori.
“Si può dire che ci sia una diffidenza a monte verso le donne in seno a molti partiti politici marocchini che preferiscono presentare candidati uomini, soprattutto nelle regioni rurali”, riconosce infatti il politologo Nadir Moumni dell’università Mohammed V di Rabat, “ anche se le ricerche hanno più volte dimostrato che quando una donna si impone in un partito o in una regione diventa un valore aggiunto”.
“La Costituzione è la legge suprema, la fonte di tutte le altre leggi e dunque se l’uguaglianza vi è inscritta, le apre la strada nei diritti economici, sociali, civili, culturali…”, insiste Fawzia Assouli, della Lega Democratica per i diritti delle Donne. “Invece siamo ancora cittadine di serie B”, e cita i dati sfavorevoli dell’accesso delle donne al lavoro, alla proprietà, e la poligamia che non è stata abrogata.
Malgrado il nuovo Codice della Famiglia entrato in vigore nel 2004, e molto più avanzato del precedente, le donne marocchine non hanno ancora oggi lo stesso statuto degli uomini. “Per le donne, la procedura per divorziare è più complicata”, lamenta Amina Tafnout, “ è sempre il padre il tutore anche se abbandona i figli. Per esempio, la madre non può viaggiare da sola all’estero con i figli senza il suo accordo.”.
“Le ragazze ereditano la metà della parte dei loro fratelli”, denuncia Amina Lemrini, fondatrice nel 1985 dell’Associazione Democratica delle Donne del Maroco. “Le conseguenze penali nei confronti di uno stupratore cessano automaticamente se egli accetta di sposare la sua vittima minore e nubile”, aggiunge ancora.
“La riforma della Modawana era una prima tappa”, spiega Amina Tafnout, in prima fila con le militanti che qualche anno fa si sono battute proprio per questa riforma, “nei tribunali, si lascia i giudici un ampio margine di interpretazione. La riforma non è accompagnata da sufficiente sensibilizzazione, anche se bisogna riconoscere che è servita per rompere i tabù”.
Alcune rappresentanti delle associazioni femministe sono state ascoltate l’11 aprile scorso dalla Commissione incaricata della riforma della Costituzione, insediata dl re all’indomani del discorso del 9 marzo e presieduta dal giurista Abdeltif Menouni. “La commissione era molto attenta, ci ha ascoltato e noi abbiamo potuto esporre le nostre ragioni. Un fatto positivo” racconta Rhizlaine Benachir, presidente dell’associazione Jossour-Forum delle donne marocchine.
Le militanti dovranno essere riascoltate in giugno, Amina Lemrini ci crede: “quando si lotta nel quotidiano, bisogn essere ottimiste”. Nell’attesa, lei ha deciso di militare anche nei partiti politici.
