Gli arabi avevano già seppellito Bin Laden

Il piano di Al Qaida era quello di far crollare i regimi arabi che considerava dispotivi e infedeli. Ma le rivoluzioni hanno dimostrato che i giovani guardavano altrove: non più a Osama.

Il capo di Al Qaeda non era pi
Il capo di Al Qaeda non era pi
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11 Maggio 2011 - 11.31


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di Javier Valenzuela
Sacrificandosi senza causare danni ad altri, lo scorso dicembre il tunisino Mohamed Buazizi ha inferto il colpo di grazia alla coscienza popolare araba, a Bin Laden, ad al-Qaeda e ai suoi terroristi suicidi. La scintilla di Buazizi ha poi avuto come risvolto l’azione pacifica e coraggiosa per le strade di Tunisi, Il Cairo, Bengasi, Sana’, Daraa e altre città di centinaia di migliaia di arabi che hanno iniziato a rovesciare dittatori quali Ben Ali e Mubarak, mettendo anche a dura prova Gheddafi e Bashar al-Assad. E si è trattato di cittadini uniti e combattenti che trionfavano laddove al-Qaeda non aveva ottenuto nulla.

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Bin Laden è morto come un fallito. La sua jihad terrorista non ha fatto cadere neanche uno dei regimi arabi che considerava dispotici e infedeli, né tantomeno ha deposto il faraone Mubarak, tanto odiato dall’egiziano al-Zawahiri, il numero due nonché presunto successore di Bin Laden.

Il silenzio di al-Qaeda durante i combattimenti degli egiziani in piazza Tahir è stato patetico, una sorta di confessione di impotenza e sconfitta. Inoltre, la sua jihad non ha portato nemmeno al recupero di alcun territorio arabo e musulmano occupato dalle truppe israeliane e occidentali. Per non parlare del fatto che le sue idee di un califfato islamico erano diventate ormai eccentriche in un mondo arabo che occupa strade e piazze per chiedere libertà e dignità e per invocare la democrazia.

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Anche prima di essere ucciso dagli americani qualche giorno fa, Bin Laden aveva perso la battaglia dei cuori e delle menti degli arabi, della sua gente che parla la sua stessa lingua, quella in cui è scritto il Corano. C’è stato un periodo, tra l’11 settembre e l’inizio delle invasioni in Afghanistan e in Iraq, in cui il saudita è stato senza dubbio molto popolare in alcuni settori disperati del mondo arabo; pur rifiutando i suoi metodi brutali infatti, gli riconoscevano delle giustificazioni. Era considerato come una sorta di vendicatore della tirannia e della corruzione della umma e di insolenza occidentale nella zona. Ma questi sentimenti erano andati via via scomparendo.

Certo è che tra l’11 settembre e ieri sono successe molte cose. Il fallimento di al-Qaeda nel conseguimento dei suoi obiettivi; la sostituzione di un Bush bellicoso e fondamentalista con un presidente americano dalla pelle scura e origini familiari musulmane che, nel suo storico discorso al Cairo e in quello di ieri, ha continuato a sottolineare di non avere nulla contro l’Islam, e ancora di più, i cambiamenti demografici, tecnologici e intellettuali nel Nord Africa e in Medio Oriente.

L’emergere di una gioventù urbana a stretto contatto con il mondo attraverso internet e la tv satellitare e disposta a lottare pacificamente per la democrazia, ha reso al-Qaeda un elemento marginale nel mondo arabo. Regioni in cui invece la suddetta organizzazione risulta essere ancora radicata sono Pakistan e Afghanistan, paesi musulmani ma non arabi, e in zone periferiche del mondo arabo come Yemen e Sahel.

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In ogni caso, anche se Bin Laden è stato ucciso da armi americane, la sua gente lo aveva già seppellito.

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