Da un think tank orbaniano arriva il pensiero dell’accademico Frank Furedi che invita a riflettere sull’importanza del confine: non necessariamente quello geografico, visto che si parla di frontiere, magari generazionali, infatti nel tema si chiede di spiegare su quali basi Furedi afferma la mancanza di chiarezza a proposito del confine tra generazioni e di chiarire il significato del termine “adulescenti!”, la parola che il sociologo conia per indicare coloro che rinviano gli impegni, l’assunzione di responsabilità, prolungando lo stile di vita giovanile.
Che servisse Furedi per indicare il tema più che l’approccio o la conclusione potrebbe non essere certissimo. Ma se ne evince che siamo in gabbia? Non lo so, non conosco Furedi, le sue tesi al riguardo. Certo so che di frontiere si è occupato Walt Whitman, un grande poeta non un grande sociologo, ma più noto di Furedi. Forse ingiustamente, certamente, ma per lui la frontiera è un’attesa, Cristoforo Colombo l’ha oltrepassata, e così lui ha cantato l’attesa di una pienezza della vita umana. Che spazio è la frontiera per Furedi? Chi lo sa? Cosa dicono al riguardo al Ministero?
Con la “letteratura di frontiera” si invita a non perdere l’occasione di raggiungere la terra promessa, e quindi c’è l’Adamo americano che vuole mantenersi puro, ma anche l’eroe che fugge dalla civiltà. La frontiera è stata un luogo irto di pericoli, divideva civiltà e barbarie: Poi è diventata un luogo simbolo di un’identità in divenire, e ovviamente è arrivato Kerouac, con il suo indimenticabile invito a fare tutto ciò che conta, andare.
La frontiera – per Furedi non mi sembra, ma per altri sì- parla di alternativa, fluidità, divenire. Siamo nei classici della frontiera, non in Furedi, che sarà un classico, non credo lo sia già. Ma il tema è importante. Certamente per come è stato posto il tema si sarà voluto parlare di frontiera interiore, l’ignoto del nostro spirito, che interpella il viaggio dell’anima. Poi c’è il viaggio esteriore. Più di Furedi viene in mente Springsteen: “Una mattina ci alzeremo col sole, lo so, e ci ritroveremo più avanti, lunga la strada”. La frontiera per tanti autori americani, come Springsteen, è limite e superamento, nell’Ungheria di Furedi non mi è chiarissimo.
In un’epoca così patriottica mi sarei aspettato, volendo porre questo tema, attenzione a Claudio Magris piuttosto. Nei suoi saggi e nei suoi romanzi, il confine viene descritto sia come un luogo di sovrapposizione e scontro di culture diverse sia come opportunità di dialogo e arricchimento. E se Magris fosse risultato per qualche motivo indigesto, c’era Paolo Rumiz, che esplora le linee di demarcazione che dividono l’Europa e il Mediterraneo, analizzando le cicatrici lasciate dalla storia e le geografie in continuo mutamento.
Non mi sorprende che i giornali che hanno dovuto documentarsi su Furedi dicano di per lui che abbattere i limiti morali, culturali, generazionali, crei disorientamento. La consapevolezza del limite serve a tutti. Ma leggere che senza confini l’individuo perderebbe le coordinate per stare al mondo è molto diverso. Dunque Cristoforo Colombo ci ha messo nei guai, visto che lui ha superato il limite ed ha scoperto addirittura il nuovo mondo che ci avrà tolto le coordinate per stare al mondo. E poi quali sono i limiti più ovvi, quelli morali, insuperabili: il divorzio? Prima c’era il matrimonio combinato, può darsi che la parola stessa ci dica che era competenza della madre, mentre i soldi lo erano del padre (patrimonio). Era un limite da superare o no? Il divorzio non è una barzelletta, il matrimonio combinato e inscindibile forse sì, sebbene tragica.
Non ho deciso di leggere tutta l’opera di Furedi per solidarietà con gli studenti chiamati a parlare di lui. Dico solo che che prima ho molto altro da fare, per colmare i miei vuoti.
