Il ventotto maggio scorso, Papa Leone XIV ha parlato ai vescovi riuniti per l’ottantaduesima Assemblea della CEI. E chi ascolta quel discorso con un po’ di memoria sente risuonare un’altra voce, un altro luogo: Firenze, novembre 2015, la cupola del Brunelleschi sopra la testa, e Francesco che chiedeva alla Chiesa italiana umiltà, disinteresse, beatitudine.
Undici anni separano quei due discorsi. Un pontificato intero, una morte, un conclave, un nuovo Papa da un altro continente. Eppure, il filo non si è spezzato ed è teso. Leone XIV cita l’Evangelii gaudium, la colloca accanto all’Evangelii nuntiandi di Paolo VI, risale fino a Francesco d’Assisi a ottocento anni dal transito. La priorità è il Vangelo, ed è bene ripeterlo, anche se ovvio.
A Firenze, Francesco aveva messo in guardia da due tentazioni: il pelagianesimo – la fiducia cieca nelle strutture – e lo gnosticismo – una fede chiusa nella testa, senza carne. Leone XIV non usa quelle parole, ma dice la stessa cosa con un’immagine evangelica: Gesù guarda le folle e non vede un problema, vede una messe. Non lamentatevi dei terreni induriti, dice il Papa, non fermatevi ai dati statistici. Guardate con gli occhi del Risorto.
È lo stesso sguardo. Francesco diceva: non addomesticare la potenza del volto di Cristo. Leone XIV dice: abbiate il coraggio dell’essenziale. Comunità meno preoccupate di conservare e più libere di annunciare. La parola-chiave è coraggio, e torna come un ritornello: coraggio della catechesi, delle parrocchie missionarie, di lasciarsi evangelizzare dai poveri.
Leone XIV riprende la logica della piccolezza: la vera forza della Chiesa non risiede nelle sue risorse. E sul Cammino sinodale aggiunge una frase esigente: non basta che gli organismi di partecipazione esistano, occorre verificare che funzionino davvero.
Due Papi diversi, la stessa diagnosi: una Chiesa chiamata a uscire da sé stessa. L’Italia ha bisogno di questa testimonianza, ha detto Leone XIV. Da Francesco a Leone, la strada è la stessa. E la messe – ci dicono – è molta.
